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Com’è nata la medicina del lavoro

La storia di Bernardino Ramazzini, medico italiano del XVII secolo e fondatore di questa branca della medicina.

Negli ultimi 150 anni il numero di ore di lavoro è in media diminuito, soprattutto nei paesi più ricchi, eppure il tempo dedicato a guadagnarsi da vivere assorbe ancora molto tempo delle persone. Scegliamo a caso un momento della nostra giornata-tipo: se non stiamo dormendo, è molto probabile che stiamo lavorando. Non stupisce quindi che queste attività possano avere un impatto sulla salute. La medicina del lavoro, o medicina occupazionale, è la disciplina nata per studiare questa relazione. In Italia più di 5.000 medici operano in questo settore.

La relazione tra lavoro e salute era nota anche ai medici dell’antichità. Per Ippocrate (V secolo a.C.), per esempio, non era casuale che fossero proprio i minatori a intossicarsi col piombo. Circa seicento anni più tardi, anche Plinio il Vecchio fece osservazioni simili, che portarono allo sviluppo di una sorta di maschera ricavata da vesciche di animali al fine di proteggere i minatori di epoca romana dalle esalazioni velenose. Altri importanti medici e scienziati del passato hanno osservato associazioni simili tra attività lavorative e salute, tuttavia la medicina del lavoro come disciplina è nata propriamente nel XVII secolo e il suo padre fondatore è stato Bernardino Ramazzini.

Il multiforme ingegno di Bernardino Ramazzini

Ramazzini nacque nel 1633 a Carpi, in provincia di Modena, da una famiglia benestante. Dopo gli studi presso i gesuiti si iscrisse all’università di Parma, laureandosi nel 1659. Completò la sua formazione lavorando per 12 anni come medico pubblico nelle città di Canino e Marta, nell’allora Ducato di Castro (nell’attuale Lazio). Nel 1665 sposò Francesca Righi, di una famiglia nobile di Carpi, e poco dopo, complice un attacco di malaria, una malattia allora endemica nell’Italia centrale, decise di tornare alla sua terra di origine stabilendosi a Modena. L’università di Modena, fondata originariamente nel Medioevo, fu rifondata alla fine del Cinquecento dopo una profonda crisi. Bernardino Ramazzini divenne titolare della cattedra di medicina teorica, nel 1682, continuando a esercitare la professione medica.

Ramazzini si occupò di malaria e anticipando i tempi caldeggiò l’uso della corteccia di Cinchona (da cui poi si estrarrà il chinino), un rimedio che riteneva rivoluzionario, contro l’opinione corrente. Si interessò anche di meteorologia e geologia: scrisse un trattato sui pozzi artesiani ed era tra i pochi che al tempo avevano capito che il passato della Terra poteva essere letto nelle rocce. Era un intellettuale eclettico, amico, tra gli altri, del filosofo e matematico Gottfried Wilhelm von Leibniz. Era anche un eccellente comunicatore, una qualità che certamente contribuì alla sua fama.

Ma ciò per cui viene soprattutto ricordato è la fondazione della medicina del lavoro, in particolare attraverso il libro De morbis artificum diatriba, letteralmente “Trattato sulle malattie dei lavoratori”.

Un incontro fortuito

Nel libro è lo stesso Ramazzini a raccontare come si era avvicinato a questo argomento. Verso la fine del Seicento (non abbiamo la data esatta), Bernardino Ramazzini osservava dei lavoratori che avevano l’ingrato compito di pulire un pozzo nero, un’operazione di solito compiuta ogni tre anni. Chiese a uno di loro perché lavorasse così velocemente, rischiando di affaticarsi troppo, e l’uomo rispose che coloro che rimanevano troppo tempo nel pozzo diventavano ciechi. Quando i lavoratori uscirono dal pozzo il medico li visitò, notando che avevano gli occhi molto arrossati. Gli uomini raccontarono che l’unico rimedio che conoscevano era correre a casa e rimanere per due giorni in una stanza buia, dopo essersi sciacquati gli occhi con acqua tiepida.

Ramazzini non poteva sapere quale fosse la sostanza responsabile dei sintomi (si trattava di un gas: l’idrogeno solforato), ma subito raccomandò loro di usare anche maschere, di interrompere il lavoro periodicamente e anche di dedicarsi a un altro mestiere se i propri occhi erano sensibili.

In seguito a questo incontro fortuito Ramazzini cominciò a studiare il rapporto tra salute e lavoro dalla prospettiva che, nel corso di una decina d’anni, lo portò a pubblicare Diatriba, oggi ritenuto essere il primo trattato di medicina occupazionale. Nel libro Ramazzini esamina una cinquantina di tipi di mestieri dell’epoca e i possibili rischi per la salute per chi li praticava: dagli scalpellini ai pittori, dai vetrai ai chimici, dalle lavandaie alle nutrici.

L’attualità di Bernardo Ramazzini

Quando Ramazzini decise di occuparsi delle malattie dei lavoratori era già un personaggio celebre e il libro divenne subito una sorta di “bestseller” per l’epoca, tanto che fu poi tradotto in molte lingue. Nel 1713, l’anno della morte di Ramazzini, ne uscì addirittura una seconda edizione ampliata con l’analisi di ulteriori tipi di mestieri e lavoratori (qui una digitalizzazione del volume integrale). L’influenza e l’importanza della sua opera non si sono esaurite nel Settecento con la sua morte. Perfino nel 1940, quando la filologa Wilmer Cave Wright ne realizzò una nuova traduzione in lingua inglese, il trattato andò a ruba e il pubblico di lettori del medico di Carpi si ampliò ulteriormente.

Oggi sono passati più di tre secoli dalla prima edizione degli scritti di Ramazzini, la scienza medica si è evoluta moltissimo e le professioni sono cambiate profondamente. Eppure l’opera di Ramazzini è ancora attuale ed è citata spesso dagli esperti del campo. Cosa la rende così moderna? Non le cure proposte, come i salassi, che sono senz’altro sorpassate. Insuperato è invece il metodo di Ramazzini, che consiste nello studio sistematico dei lavoratori, delle loro abitudini, e del loro ambiente di lavoro. Ramazzini incluse nell’anamnesi, cioè nella raccolta di informazioni sui pazienti, tutto ciò che riguardava la loro attività lavorativa. Come fece con gli operai che pulivano il pozzo nero, il medico interrogava i lavoratori per capire che cosa, nel corso della loro attività, poteva favorire l’insorgere di malattie o spiegare malanni già in corso. Faceva anche sopralluoghi sui posti di lavoro, per vedere coi propri occhi come l’attività si svolgeva, in quali tempi, e inoltre con quali sostanze le persone erano in contatto.

Il lavoro di Ramazzini ha permesso di elaborare il concetto di rischio occupazionale: a seconda della professione che facciamo saremo più o meno esposti a un rischio aumentato di sviluppare determinate patologie, un rischio che però può e deve essere ridotto. Il luogo di lavoro può essere reso più sicuro e i lavoratori devono essere informati dei pericoli che corrono. Non è un caso che proprio da Ramazzini derivi il motto “prevenire è meglio che curare”, tuttora un principio importante per la medicina del lavoro. E non solo.

Stefano Dalla Casa
Giornalista e comunicatore scientifico, si è formato all’Università di Bologna e alla Sissa di Trieste. Scrive o ha scritto per le seguenti testate o siti: Il Tascabile, Wonder Why, Aula di Scienze Zanichelli, Chiara.eco, Wired.it, OggiScienza, Le Scienze, Focus, SapereAmbiente, Rivista Micron, Treccani Scuola. Cura la collana di divulgazione scientifica Zanichelli Chiavi di Lettura. Collabora dalla fondazione con Pikaia, il portale dell’evoluzione diretto da Telmo Pievani, dal 2021 ne è il caporedattore.
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