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L’aria condizionata: alleata per le ondate di calore, un problema per il clima

In un pianeta dove le ondate di calore saranno più frequenti e intense, l’uso dei condizionatori è destinato a crescere, con effetti sulle emissioni e sul clima.

Ondate di calore sempre più frequenti e intense, aumento delle temperature medie e crescente urbanizzazione faranno sicuramente aumentare l’impiego di aria condizionata all’interno degli edifici nei prossimi anni. A una crescente domanda corrisponderà necessariamente un aumento dei consumi elettrici a livello globale, facendo salire le emissioni di gas serra e alimentando di conseguenza il riscaldamento globale. Un circolo vizioso che potrebbe avere effetti deleteri sia sul pianeta sia sulla salute.

Secondo un corposo rapporto redatto dall’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) e intitolato The future of cooling, nel 2018 nel mondo erano in uso 1,6 miliardi di condizionatori d’aria che per essere alimentati consumavano il 20 per cento dell’elettricità globale. Un dato destinato ad aumentare secondo l’Aie, che prevede che la domanda di energia per i condizionatori d’aria potrebbe addirittura triplicare entro il 2050. Si stima che saranno installati dieci nuovi climatizzatori ogni secondo per i prossimi 30 anni. Se così dovesse essere, alimentare tutte queste unità aggiuntive richiederebbe una capacità di generazione di energia elettrica supplementare pari a quella degli Stati Uniti, dell’Unione europea e del Giappone messi insieme.

Più aria condizionata significa più emissioni

La conferma arriva anche dal Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmmc), attraverso una pubblicazione su Environmental science and policy. Senza politiche adeguate e mirate, molte famiglie potrebbero fare affidamento sui condizionatori per adattarsi ai cambiamenti climatici, finendo per generare di fatto ancora più emissioni. Nella ricerca viene evidenziato che, mentre gli europei hanno una bassa propensione per l’installazione di condizionatori in casa (ne è dotato il 20 per cento delle famiglie, in media), in altri continenti la situazione è ben diversa: basti pensare a Paesi come Giappone (90 per cento) e Australia (72 per cento). Inoltre è emerso che l’aria condizionata è installata più spesso quando si abita in edifici con una classe di efficienza energetica bassa, soprattutto se in casa ci sono anche anziani o bambini.

Molta attenzione viene posta non solo all’anidride carbonica (CO2) ma anche agli idrofluorocarburi (Hfc), i gas refrigeranti contenuti nelle serpentine dei condizionatori, che hanno fatto il loro ingresso sul mercato alla fine degli anni Ottanta in sostituzione dei clorofluorocarburi (Cfc) e degli idroclorofluorocarburi (Hcfc), sostanze dannose per l’ozono stratosferico. Pur non contribuendo all’assottigliamento dello strato di ozono, gli Hcf sono dei potenti gas serra.

L’impatto dell’aria condizionata sulla salute

È indubbio che rinfrescare gli ambienti domestici e commerciali durante le ondate di calore sia fondamentale per ridurre gli effetti delle alte temperature sulla salute. Un gran numero di studi condotti in Europa durante l’ondata di caldo dell’agosto 2003, sia in Europa sia in Nord America, ha mostrato un eccesso di mortalità durante i periodi di caldo estremo.

I gruppi a rischio includono gli anziani, la popolazione che vive nelle aree urbane e i soggetti con problemi di salute preesistenti e un basso reddito. L’invecchiamento della popolazione (soprattutto nei Paesi industrializzati) e la crescente urbanizzazione (soprattutto nei Paesi in via di sviluppo) possono aumentare ulteriormente gli effetti negativi sulla salute delle alte temperature, che influiscono anche sul rendimento degli alunni nelle scuole.

Ma ci sono casi in cui è l’aria condizionata stessa a rappresentare un problema per la salute. Ci riferiamo in particolare agli sbalzi termici, quelli che subiamo passando dagli oltre 30°C esterni alle temperature di gran lunga inferiori dei locali climatizzati, per esempio. In particolare, corriamo il rischio che le mucose si gonfino e le caratteristiche chimico-fisiche del biofilm mutino, determinando un’infiammazione delle basse vie respiratorie, nel caso in cui la differenza di temperatura tra i due ambienti sia superiore ai 2-3°C, e in particolare quando è superiore ai 5°C e l’umidità è compresa tra il 40 e il 60 per cento. I dati, ottenuti da uno studio italiano, sono stati pubblicati su Clinical and Translational Allergy.

Altro fattore da considerare, specie nei più piccoli o anziani, è la disidratazione che può accompagnarsi al grande caldo e ai forti sbalzi termici. L’evaporazione dell’acqua dalle mucose delle vie respiratorie fa seccare queste ultime, innescando i processi infiammatori. È importante quindi affidarsi al buon senso: evitare eccessivi sbalzi termici, assicurandosi una differenza di temperatura tra interno ed esterno entro i 5°C, e prediligendo la funzione di deumidificazione a quella di aria raffreddata.

Rudi Bressa Giornalista ambientale e scientifico, collabora con varie testate nazionali e internazionali occupandosi di cambiamenti climatici, transizione energetica, economia circolare e conservazione della natura. È membro di Swim (Science writers in Italy) e fa parte del board del Clew Journalism Network. I suoi lavori sono stati supportati dal Journalism Fund e dalI’IJ4EU (Investigative Journalism for Europe).

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