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Medici per la pace

La “International Physicians for the Prevention of Nuclear War” è una federazione di medici, fondata da clinici americani e sovietici che, nel corso della Guerra fredda, si attivarono per spiegare al mondo le conseguenze di una possibile, nuova guerra atomica e la necessità di un disarmo. Nel 1985 il contributo dato dalla federazione fu riconosciuto con il conferimento del premio Nobel per la pace. 

Lo scorso febbraio moriva a Chestnut Hill, nel Massachusetts, il medico statunitense Bernard Lown. Un nome che a molti probabilmente non dice nulla, anche complice il fatto che nessun giornale italiano ha riportato la notizia del decesso. Eppure Lown è stato un importantissimo cardiologo e persino un premio Nobel. Non per la medicina, ma per la pace, in ragione della sua lotta per il disarmo nucleare, anche se è proprio dalla medicina che ha avuto origine il suo impegno su questo fronte. Un impegno che il medico ha portato avanti negli anni in cui le tensioni della Guerra fredda avvicinavano il mondo alla guerra atomica, stabilendo un’alleanza con altri medici che condividevano le sue preoccupazioni, a partire da quelli dell’Unione sovietica.

Senza vincitori

Molti progressi scientifici, anche in medicina, sono legati alle guerre. Persino le esplosioni di Hiroshima e Nagasaki, accelerando lo studio degli effetti delle radiazioni, hanno portato a scoperte fondamentali. Questo probabilmente succede perché lo stato di guerra mette a disposizione di alcuni campi di ricerca risorse impensabili in tempo di pace. Il rapporto tra guerra e sviluppo scientifico è da sempre moralmente problematico, ma con la creazione delle armi di distruzione di massa la faccenda si complica ulteriormente. Una guerra “normale”, infatti, causa atroci sofferenze nelle popolazioni coinvolte, ma prima o poi finisce e in alcuni casi le ferite, umane e sociali, si possono rimarginare. Una guerra atomica, invece, non avrebbe vincitori. E non è necessario un premio Nobel per rendersene conto.

Negli anni che sono seguiti ai bombardamenti americani di Hiroshima e Nagasaki, nonostante il disastro senza precedenti in termini di perdite umane e distruzione, nel mondo è iniziata una corsa agli armamenti nucleari, di cui i principali “concorrenti” erano gli Stati Uniti e l’Unione sovietica. Furono creati nuovi ordigni, come le bombe all’idrogeno, al cui confronto quelle atomiche detonate in Giappone erano poca cosa. Vigeva la dottrina Mad, acronimo inglese di “distruzione mutua assicurata”, secondo cui se il blocco sovietico avesse attaccato, il blocco occidentale avrebbe risposto in modo da spazzarlo via, e viceversa. L’eventualità era considerata un deterrente sufficiente perché nessuno dei due principali contendenti facesse la prima mossa. In pratica l’equilibrio poteva spezzarsi in qualunque momento, per esempio per un falso allarme riconosciuto troppo tardi, o per la convinzione di alcuni che un primo attacco ben pianificato avrebbe annientato il nemico prima che potesse reagire.

Nel suo libro del 2009, dal titolo Prescription for survival, Bernard Lown ha dichiarato di aver cominciato a pensare seriamente alle conseguenze della guerra atomica solo dopo aver ascoltato, nel 1961, un discorso di Philip Noel-Baker, politico e attivista inglese che nel ‘59 aveva ricevuto a sua volta il premio Nobel per la pace. Da cardiologo, Lown rifletteva sul fatto che ogni giorno il suo lavoro consisteva nel salvare vite, e riteneva la morte cardiaca improvvisa, quella che ogni 90 secondi toglieva la vita a un americano, una delle principali minacce alla salute. Aveva anche inventato un nuovo tipo di defibrillatore, quello a corrente continua, che consentiva di evitare almeno una parte di queste morti. Ma la vera minaccia alla sopravvivenza, si convinse, erano le armi nucleari. Nella sua abitazione a Newton, alle porte di Boston, cominciò a riunirsi con un gruppo di medici che la pensavano in modo simile, con l’obiettivo di trasmettere all’opinione pubblica l’urgenza di agire per il disarmo. I medici per primi avevano l’imperativo morale di parlare, perché la loro scienza sarebbe stata impotente di fronte alla devastazione che queste armi potevano creare.

Medicina e responsabilità sociale

Così nel 1959 Lown e un gruppo di colleghi fondarono l’associazione “Physicians for social responsibility” (Psr), e sulle riviste scientifiche cominciarono a comparire i risultati dei loro studi sulle possibili conseguenze di una guerra atomica. In tali studi i medici mettevano in chiaro che non si sarebbe trattato di una semplice versione potenziata della guerra convenzionale, bensì di qualcosa di completamente diverso. In un articolo del 1962 pubblicato sul New England Journal of Medicine i membri del Psr immaginarono le conseguenze di un ipotetico attacco atomico nell’area di Boston e dintorni (Greater Boston), basandosi a loro volta sulla simulazione di un attacco agli Stati Uniti che era stata discussa nel 1959 al Congresso americano. Secondo gli scienziati, all’offensiva sarebbero sopravvissute solo 500.000 persone su quasi tre milioni di abitanti dell’area esaminata. I medici sopravvissuti non sarebbero stati sufficienti per curare i feriti, e dal resto del Paese non sarebbero potuti arrivare soccorsi (come avvenuto, invece, nel caso di Hiroshima e Nagasaki) perché tutti gli Stati Uniti sarebbero stati sotto attacco. In queste condizioni, e con pesanti danni alle infrastrutture, buona parte dei sopravvissuti sarebbe probabilmente morta nell’arco di un anno. Conclusione: qualunque fosse stato il livello di “preparazione” all’attacco nucleare, sul territorio la medicina sarebbe stata impotente. Questo studio fornì un primo modello per valutare le conseguenze reali di un’aggressione atomica e ne ispirò altri.

Negli anni seguenti alcuni trattati internazionali, in particolare quelli firmati nel 1963 e nel 1968, sembravano aver avviato il mondo sulla via del disarmo. Lown, credendo che il peggio fosse passato, nel ‘69 si dimise dalla presidenza della Psr e diminuì il suo impegno in questa direzione. Ma in realtà, scrive Lown, i trattati portarono a risultati modesti e illusori, in quanto, per esempio, limitarono il numero di missili balistici ma non la loro potenza distruttiva (che invece aumentò, poiché il progresso tecnologico aveva permesso la creazione di missili che trasportavano testate nucleari multiple). La corsa delle superpotenze verso il baratro continuava più veloce che mai. Per questo, alla fine degli anni Settanta, Lown decise di tornare sui suoi passi. Questa volta coinvolgendo la propria “controparte”: i medici dell’Unione sovietica.

Da Ginevra a “Domenica In”

 Lown si era recato più volte per lavoro in Urss. Aveva già alcuni contatti nel Paese, a partire da Evgenij Chazov, un importante cardiologo sovietico che si occupava delle cure ai leader politici, primi ministri inclusi, per il Ministero della salute. Assieme a lui avviò una faticosa opera di mediazione per organizzare una conferenza dove medici sovietici e americani si sarebbero confrontati su armi nucleari e medicina. Non fu facile vincere i pregiudizi reciproci, nel momento in cui le tensioni diplomatiche tra i due paesi raggiungevano livelli mai visti, ma era proprio per questo che era urgente agire. Nel 1980 tre medici americani e tre sovietici (e tra questi Lown e Chazov) si incontrarono in un hotel a Ginevra e affermarono pubblicamente e congiuntamente che un conflitto atomico sarebbe stato apocalittico, a dispetto di quanto dichiarato dai cosiddetti “falchi”, come venivano e vengono tuttora chiamati negli Stati Uniti i sostenitori di una politica estera più aggressiva. Nasceva così la “International Physicians for the Prevention of Nuclear War” (Ippnw), federazione che crebbe molto rapidamente e ottenne un’ampia eco mediatica in entrambi i blocchi in cui era diviso il mondo. Proseguendo il lavoro iniziato con la Psr, i medici membri continuarono a pubblicare i risultati dei loro studi sulle conseguenze dei conflitti atomici. Come strategia di comunicazione, la Ippnw definiva il disarmo una “ricetta medica per la sopravvivenza.

Lown ricordò in seguito con calore il congresso “Medicina per la pace”, che si tenne a Roma all’Accademia dei Lincei grazie soprattutto al contributo di Alberto Malliani, coordinatore della Ippnw in Italia. Correva il 1983 e in quei giorni a Roma, Lown e Chazov fecero un vero bagno di folla per poi finire anche in tv, intervistati da Pippo Baudo a “Domenica In”. Il presidente Sandro Pertini, che non era riuscito a riceverli, in seguito telefonò per congratularsi con il conduttore e con i medici ai quali aveva dato voce. Ricordando la sua visita a Hiroshima, l’anno precedente, anche Pertini ribadì la necessità del disarmo.

Nel 1985, terminato da poco il quinto congresso della Ippnw, giunse la notizia che la federazione era stata insignita del Nobel per la pace. La motivazione del comitato fu “per aver diffuso informazioni autorevoli e per aver sensibilizzato sulle conseguenze catastrofiche della guerra nucleare”. Lown e Chazov ritirarono il premio assieme a Malliani e altri delegati. Negli anni seguenti entrarono in vigore trattati più restrittivi a favore del disarmo, e con la fine della Guerra fredda il mondo sembrò allontanarsi un po’ dal ciglio del burrone. Il cosiddetto “doomsday clock” o orologio dell’apocalisse, è un’iniziativa avviata nel 1947 per avvertire ogni anno il pubblico di quanto siamo vicini alla distruzione del nostro pianeta grazie alle pericolose tecnologie da noi create. Nel 1980 (quando la Ippnw veniva fondata) l’orologio segnava solo otto minuti prima della fine del mondo. Nel 1991, dopo alcuni anni di attività non solo dell’Ippnw, ne segnava 17.

La situazione oggi

Le due associazioni fondate da Lown sono ancora operative. D’altronde, considerate le circa 13.000 testate nucleari stimate nel mondo, il disarmo è ancora lontano (anche se, ricordiamo, nell’86 le testate erano oltre 70.000). A gennaio di quest’anno è entrato in vigore un trattato internazionale che le mette al bando, ma i Paesi dove si trovano le testate (Italia inclusa, per via della presenza delle basi statunitensi) si rifiutano di firmarlo. C’è ancora bisogno di medici e scienziati che si espongano per provare a cambiare le cose.

Psr e Ippnw nel frattempo hanno allargato i loro obiettivi, e oggi lavorano anche per contrastare altre minacce alla sopravvivenza, dalle conseguenze mediche del degrado ambientale, a partire del riscaldamento globale, alla violenza armata.

Stefano Dalla Casa Giornalista e comunicatore scientifico, si è formato all’Università di Bologna e alla Sissa di Trieste. Scrive su Wired Italia, Il Tascabile e altre testate. Collabora con Pikaia, il portale italiano dell’evoluzione, dalla sua fondazione. Ha scritto col pilota di rover marziani Paolo Bellutta il libro di divulgazione Autisti marziani (Chiavi di lettura Zanichelli, 2014) e ha curato molti dei libri usciti in seguito nella stessa collana.

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