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Può arrivare uno tsunami nel Mediterraneo?

In occasione del World Tsunami Awareness Day parliamo del rischio di maremoto a livello mondiale. Ma anche locale: in Italia da tempo si lavora a un sistema di allerta per salvaguardare alcune coste.

Quando sentiamo la parola tsunami, in italiano maremoto, ci vengono subito in mente quello che colpì le coste del Giappone, nel 2011, e quello che ha devastato il Sud-est asiatico, nel 2004. Il primo ce lo ricordiamo soprattutto per il disastro alla centrale nucleare di Fukushima, il secondo per le oltre 220.000 vittime del disastro. Qualcuno di noi potrebbe aver sentito parlare anche di altri maremoti accaduti negli ultimi vent’anni, che hanno provocato meno danni e quindi hanno fatto meno notizia. Per esempio, quest’anno un piccolo tsunami ha investito l’isola di Ambon, nell’arcipelago delle Molucche, senza fare vittime. Solo tra il 2006 e il 2007 sono stati registrati una ventina di maremoti, che hanno interessato parti dell’Indonesia, Giappone, Oceania, Cile, Canada e Russia.

Nessuno ha però mai visto in televisione le immagini successive a un disastroso maremoto abbattutosi sulle nostre coste, quelle del Mediterraneo. Potremmo per questo pensare che il problema non ci riguardi direttamente. In realtà, nel corso della storia diversi violenti maremoti hanno colpito anche l’Italia. Il rischio che accada di nuovo rimane e per questo bisogna essere preparati.

Come si forma uno tsunami

Per capire come mai anche nel Mediterraneo siano possibili tsunami è utile ricordare come questi fenomeni prendono forma. Gli tsunami sono costituiti da onde provocate dall’improvviso spostamento di una grande massa d’acqua. Queste onde possono essere lunghe centinaia di chilometri, e possono raggiungere velocità pari a centinaia di chilometri orari. In mare aperto queste onde sono molto basse e difficili da notare dalla superficie, ma vicino alle coste, dove il fondale si alza, la loro velocità diminuisce e le onde si sollevano, raggiungendo anche decine di metri di altezza.

Le onde che abitualmente agitano i nostri mari sono dovute al vento e alle maree e interessano gli strati superficiali delle acque. Per provocare onde di tsunami sono invece necessari fenomeni capaci di spostare rapidamente enormi volumi d’acqua. I maremoti sono infatti tipicamente causati da eventi geologici, soprattutto terremoti sottomarini, ma anche eruzioni vulcaniche e frane sotto il livello del mare. Più raramente possono essere conseguenza dello scioglimento dei ghiacci, e persino di esplosioni nucleari.

Gli tsunami sono eventi rari rispetto ai terremoti e sono più frequenti e distruttivi nell’Oceano Pacifico e Indiano, perché in questi mari l’attività vulcanica e sismica è più intensa. Ma tutta l’area bagnata dal Mediterraneo è sia sismica che vulcanica e vi si possono verificare frane sottomarine. Ci sono quindi tutte le condizioni perché si sviluppino gli tsunami.

Il passato ci guida

Nel nostro mare l’ultimo maremoto disastroso risale al 1908 ed è legato al famoso terremoto di Messina. Il 28 dicembre di quell’anno il sisma distrusse in meno di un minuto le città di Reggio Calabria e Messina, e pochi minuti dopo arrivò uno tsunami che si abbatté sulle coste limitrofe. Lo tsunami causò 2.000 morti, da sommarsi alle circa 80.000 provocate dal terremoto. Le onde poi proseguirono verso Malta (raggiunta a malapena due ore dopo), dove causarono gravi danni.

Come documentato dal Catalogo degli tsunami euro-mediterranei, compilato dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), ci sono stati almeno 290 tsunami di questo tipo a partire dal 6150 a.C. a oggi. Alcuni sono stati disastrosi. Per esempio, nel 1600 a.C., l’esplosione del vulcano Santorini (anche noto con il nome di Thera), nel Mar Egeo, ne generò uno con onde alte fino a 50 metri. Alcuni pensano che questo evento abbia contribuito alla scomparsa di un’intera civiltà, quella minoica, che viveva sull’isola di Creta. I maremoti più vicini a noi nel tempo, oltre che nello spazio, ce li ricordiamo poco perché meno distruttivi, ma per esempio a Stromboli, nel 2002, un’eruzione ha causato delle frane, che a loro volta hanno generato uno tsunami con onde alte fino a 10 metri. Fortunatamente non ci sono state vittime, ma bisogna considerare che Stromboli è un vulcano molto attivo e ha causato altri tsunami in passato. Il più recente maremoto ad aver provocato danni nel Mediterraneo è avvenuto appena l’anno scorso, il 30 ottobre 2020: dopo un violento terremoto, uno tsunami ha colpito le coste turche e greche.

Prepararsi agli tsunami di casa nostra

Anche una pandemia respiratoria mondiale può essere considerata un evento “raro”, eppure questi lunghi mesi ci hanno insegnato a non sottovalutare fenomeni con “basse” probabilità di verificarsi, ma che la storia e la scienza ci hanno già dimostrato sono destinati a ripetersi, soprattutto se le potenziali conseguenze sono catastrofiche. Bisogna anche considerare che uno tsunami di lieve entità, a seconda di dove colpisce, può essere molto pericoloso per persone e cose, anche se non necessariamente “catastrofico”. Per questo esistono sistemi di allerta anche per il nostro mare, cioè sistemi per monitorare costantemente l’attività sismica e il livello del mare, ed elaborare, se necessario, un segnale di allarme in tempo utile per evacuare il più rapidamente possibile le aree che saranno colpite.

Dopo lo tsunami del 2004, l’Unesco ha istituito il NEAMTWS (l’acronimo sta per North-Eastern Atlantic, Mediterranean and connected seas Tsunami Warning System). Questo, spiegano all’Ingv, è l’organismo internazionale che coordina la sorveglianza e la mitigazione del rischio tsunami nelle coste europee dell’Atlantico settentrionale e in tutto il Mediterraneo, inclusi il Mar Nero e il Mar di Marmara. Da subito anche l’Italia vi ha preso parte e poi, nel 2013, è stato istituito il Centro di allerta tsunami (Cat) dell’Ingv, che nel 2016 è diventato uno “tsunami service provider” riconosciuto dall’Unesco. Questo significa che, dopo la fase sperimentale, il centro ha dimostrato la capacità di monitorare i terremoti (che causano l’80 per cento degli tsunami), prevedere la loro evoluzione e comunicare tempestivamente l’eventuale allerta usando standard condivisi dagli altri centri. Nel 2017 il Cat è entrato a far parte del SiAM (Sistema di allertamento nazionale per i maremoti generati da terremoti nel Mar Mediterraneo), che comprende anche la Protezione civile e l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale).

Conoscere per prevenire

Il lavoro costante dei centri di allerta è vitale non solo per avvisare in tempo autorità e cittadini, ma anche perché più conosciamo questi fenomeni, più possiamo individuare quali territori abitati sono più vulnerabili. Come nel caso dei terremoti e altre emergenze, è fondamentale che i cittadini per primi siano consapevoli di questo rischio e di come possa essere mitigato. A questo proposito, il progetto “Io non rischio” della Protezione civile spiega cosa bisogna sapere e fare in caso di maremoto. Iniziative simili sono state già avviate da altre istituzioni, a partire dalle scuole.

Nel 2004 Tilly Smith, una bambina inglese di dieci anni che era in vacanza in Thailandia, vide che il mare si stava ritirando dalla spiaggia. A scuola aveva imparato che questo era il segnale di uno tsunami in arrivo, così avvertì subito i suoi genitori che, a loro volta, diedero l’allarme. La spiaggia fu rapidamente evacuata: quel giorno un centinaio di persone furono salvate da una bambina che sapeva il fatto suo. La sua storia è diventata un simbolo di come l’educazione e la comunicazione abbiano il potere di renderci più consapevoli dei rischi che ci circondano. E agire di conseguenza.

Stefano Dalla Casa Giornalista e comunicatore scientifico, si è formato all’Università di Bologna e alla Sissa di Trieste. Scrive su Wired Italia, Il Tascabile e altre testate. Collabora con Pikaia, il portale italiano dell’evoluzione, dalla sua fondazione. Ha scritto col pilota di rover marziani Paolo Bellutta il libro di divulgazione Autisti marziani (Chiavi di lettura Zanichelli, 2014) e ha curato molti dei libri usciti in seguito nella stessa collana.

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