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Qualche curiosità sul trapianto di faccia

Da quando si fa, perché lo si fa, che problemi comporta e perché è un’operazione complessa.

Nel film horror francese di Georges Franju, Les yeux sans visage (1960), alcune ragazze cadono vittima di un medico che cerca un nuovo volto da trapiantare su quello della figlia, orribilmente sfigurata in un incidente di cui è stato responsabile. Proprio in Francia, nel 2005, è stato effettuato il primo trapianto eterologo parziale di faccia: un’operazione complessa a cui si sottopose la trentottenne Isabelle Dinoire, che aveva perso le labbra, il naso e il mento quando, dopo essere svenuta, il suo labrador aveva forse cercato di rianimarla mordendole il viso.

Una procedura complessa

Dopo Dinoire, oltre 40 persone hanno ricevuto un trapianto di faccia parziale o totale nel mondo: una procedura medica che per molti versi resta sperimentale, e che man mano raggiunge e supera ulteriori livelli di complessità. Le operazioni di trapianto facciale richiedono équipe di decine di medici, sia per l’approccio multidisciplinare necessario, sia perché in genere ci vuole molto tempo per portarle a termine e bisogna quindi darsi il cambio.

L’operazione di questo tipo che sinora è durata di più è stata effettuata nel 2016 alla Mayo Clinic, negli Stati Uniti, sul trentaduenne americano Andrew Sandness, sfigurato dieci anni prima dopo un tentativo di suicidio. Nel corso di 50 ore, a Sandness sono stati trapiantati, oltre alla pelle del viso, naso, mascella, mandibola, palato, denti, muscoli facciali, guance, mucosa orale e parte delle ghiandole salivari.

Si tratta di un tipo di chirurgia che deve affrontare enormi sfide tecniche. Per esempio Samir Mardini, il chirurgo che ha coordinato l’operazione di Sandness, ha passato i fine settimana dei tre anni e mezzo precedenti esercitandosi su cadaveri. Come in tutti i trapianti di organi, è necessario procedere a riconnettere nervi, tendini, vasi sanguigni e, in alcuni casi, porzioni ossee: un compito che per il viso, con le sue miriadi di strutture e funzioni, è ancora più impegnativo.

Perché lo si fa

Il risultato estetico e funzionale della procedura è ancora ben lontano dall’essere simile alle aspettative generate dal mondo della fiction. E questo, nonostante gli ultimi progressi, ottenuti anche grazie a nuove tecniche di imaging tridimensionale e chirurgia virtuale usate per adattare sempre meglio la faccia del donatore a quella del ricevente. Non sempre il nuovo viso si adatta bene alla struttura ossea del ricevente. Specialmente nei primi tempi dopo il trapianto, l’aspetto dei nuovi tessuti è molto flaccido (un aspetto che, insieme all’espressività, tende a migliorare man mano che la faccia si “integra” sul donatore e le connessioni neuronali si attivano).

Tuttavia, i pazienti di solito ne derivano un miglioramento sia estetico, sia della qualità della vita. Chi viene selezionato per un trapianto di faccia ha di solito subito lesioni (derivanti da traumi, ustioni termiche, elettriche o chimiche, o malattie deformanti come alcune forme di neurofibromatosi). Tali malattie a volte compromettono gravemente molte importanti funzionalità che spesso diamo per scontate in un viso, come la respirazione, la nutrizione, la possibilità di parlare e di comunicare tramite le espressioni facciali, nonché di percepire odori e sapori.

Per alcune persone vittime di traumi particolarmente violenti, come i colpi di arma da fuoco, la struttura ossea del viso può andare incontro a degenerazione e collasso, mettendo a rischio la sopravvivenza stessa del paziente. In questi casi si valuta che il beneficio di un trapianto di viso giustifichi il disagio e i rischi – che, come vedremo, non sono affatto trascurabili.

I rischi della procedura

Le persone che si sottopongono a un trapianto facciale devono assumere farmaci immunosoppressori per tutta la vita, esponendosi a un maggior rischio di sviluppare infezioni e tumori. Inoltre c’è comunque la possibilità di un rigetto. A oggi sono quattro le persone morte in seguito alle conseguenze del trapianto: tra queste, il primo paziente cinese, un pastore di nome Li Guoxing, operato dopo essere stato attaccato da un orso. Guoxing, che viveva in un villaggio molto difficile da raggiungere, smise di prendere i farmaci antirigetto preferendo curarsi con metodi tradizionali a base di erbe: è dunque molto importante che i pazienti selezionati per il trapianto facciale abbiano la possibilità di essere seguiti da vicino.

Anche Isabelle Dinoire, la prima persona ad aver intrapreso questa rischiosa strada, è morta di cancro nell’aprile del 2016 (undici anni dopo il trapianto), all’età di 49 anni. L’anno precedente, la terapia con immunosoppressori era stata rimodulata per fronteggiare due importanti episodi di rigetto, e si pensa che questo possa avere avuto un ruolo nell’insorgenza del tumore.

Si è anche dibattuto su quanto sia opportuno intervenire su pazienti sfigurati, ma altrimenti sani; la controversia riguarda anche l’impatto emotivo, affettivo e psicosociale di un cambiamento di faccia, considerato il ruolo del viso nel definire l’identità, la percezione di sé e il modo in cui ci vedono gli altri.

Silvia Kuna Ballero Classe ’79, genovese di nascita e carattere, milanese d’adozione. Astrofisica, insegnante, redattrice scolastica, giornalista e divulgatrice con un interesse particolare per la storia della scienza e il rapporto tra scienza e società.

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