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Che cosa sappiamo sull’effetto placebo

In cosa consiste, su che meccanismi si basa, come viene applicato nel campo della salute e cosa dicono le ultime frontiere della ricerca in proposito.

Sentire che un dolore si allevia dopo aver assunto una sostanza che si crede essere un farmaco, ma è in realtà inerte, priva di principio attivo, e non può quindi avere alcun tipo di effetto terapeutico. Si tratta del cosiddetto effetto placebo, per cui anche una compressa di zucchero, per esempio, o di amido di mais, un comune eccipiente utilizzato nelle pillole, può provocare una sensazione di benessere ed efficacia di una presunta terapia. Succede davvero, nonostante siano ancora molti gli aspetti misteriosi su come funzioni questo fenomeno, e il tema offre molte opportunità e applicazioni in medicina.

Cos’è un placebo

I medicinali, cioè le sostanze con una precisa azione farmacologica – pensiamo a un farmaco contro la febbre, o a un calmante, per esempio –, hanno un effetto sull’organismo anche quando vengono somministrati all’insaputa della persona. Sostanze farmacologicamente inattive possono però avere anch’esse un’azione terapeutica, in alcuni casi molto significativa, sui pazienti, se vengono presentate ai diretti interessati come efficaci. È dimostrato che il solo fatto di sottoporsi a un trattamento, e di nutrire delle aspettative verso di esso, possa portare a un miglioramento delle condizioni dei pazienti.

Quando questa reazione sulla salute dell’individuo si manifesta, prende il nome di effetto placebo, mentre, appunto, la sostanza somministrata di per sé (ma può trattarsi anche di una procedura cui il paziente viene sottoposto) si definisce placebo, termine che deriva dal futuro del verbo latino placeo, che tradotto letteralmente significa “piacerò”.

Cosa possiamo aspettarci da un placebo

Possiamo ridurre il colesterolo, riparare una frattura ossea, sconfiggere una malattia genetica rara o, ancora, puntare alla remissione completa di un tumore facendo affidamento semplicemente sull’effetto placebo? Purtroppo no: un placebo non può curare le malattie, bensì intervenire su alcuni dei sintomi, nello specifico quelli riferiti autonomamente dal paziente. La revisione degli studi clinici (qui un’analisi della Cochrane Collaboration, un network indipendente che si occupa di verifica delle evidenze in medicina) riporta dati consistenti sul miglioramento, con la somministrazione di placebo, delle sensazioni di dolore e nausea, con un effetto di entità variabile che può arrivare anche a condizionare positivamente la qualità della vita dei pazienti.

Pur coi suoi limiti – uno tra tutti, l’impossibilità di misurare l’entità dei miglioramenti, e l’alta variabilità di risposta tra un individuo e l’altro – l’effetto placebo trova un certo spazio nella pratica clinica. Una relazione pubblicata alcuni anni fa sulla rivista BMC Medicine riporta che tra il 17 e l’80 per cento dei medici e tra il 51 e il 100 per cento degli infermieri consultati, appartenenti a 12 diversi Paesi, avrebbe somministrato almeno una volta nell’arco della propria carriera un placebo, in particolare in caso di condizioni come dolore, ansia, insonnia, depressione e disturbi legati all’abuso di sostanze.

Che l’effetto placebo esista non ci sono dubbi. Sono tuttavia ancora da chiarire quanto e come le varie sostanze placebo possano essere efficaci in ambito clinico. I meccanismi sui quali si basa sono ancora in gran parte sconosciuti, e fortemente legati al contesto in cui il placebo viene somministrato. Seppure l’indagine su questo fronte sia molto attiva (basti pensare che presso la Harvard Medical School esiste un intero programma di ricerca dedicato esclusivamente alla comprensione dell’effetto placebo), i processi biologici coinvolti sono oggi ancora folti di incognite. Ciò nonostante, le evidenze scientifiche emergenti pongono l’attenzione anche sui suoi aspetti meno tangibili, come il coinvolgimento di fattori psicologici o genetici, che potrebbero offrire un contributo importante al miglioramento della pratica medica sul campo.

Che ruolo ha il placebo negli studi clinici?

Se c’è un ambito in cui l’uso dei placebo è invece “rodato” è quello delle sperimentazioni cliniche, in cui nell’ambito della ricerca farmacologica in cui si valuta la sicurezza e l’efficacia dei medicinali e dei trattamenti. Non a caso i National Institutes of Health (NIH), la principale istituzione per la ricerca biomedica negli Stati Uniti, definiscono lo studio clinico cosiddetto “randomizzato e controllato con placebo” come “gold standard” (cioè standard di riferimento) per valutare i trattamenti negli esseri umani.

Cosa significa? Che il modo migliore per sperimentare se una terapia funzioni o meno è confrontarne gli effetti tra gruppi di volontari sottoposti alla terapia vera e propria (quella appunto in corso di valutazione) e gruppi che invece assumono un semplice placebo. È dal confronto tra i risultati dei diversi gruppi che emerge se eventuali effetti riscontrati nei volontari trattati sono imputabili al farmaco oppure si sono verificati per caso, e possono essere quindi osservati anche nel gruppo che ha ricevuto solo il placebo, e che per questo viene detto gruppo di controllo. Il principio attivo, insomma, deve dimostrare di essere tangibilmente più efficace della sostanza impiegata come placebo prima di poter accedere al mercato.

Alice Pace

Giornalista scientifica freelance specializzata in salute e tecnologia, anche grazie a una laurea in Chimica e tecnologia farmaceutiche e un dottorato in nanotecnologie applicate alla medicina. Si è formata grazie a un master in giornalismo scientifico presso la Scuola superiore di studi avanzati di Trieste e una borsa di studio presso la Harvard Medical School di Boston. Qui su WonderWhy cura il piano editoriale. Su Instagram e su Twitter è @helixpis.

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