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Cosa abbiamo imparato sulle malattie dallo studio dei resti antichi

Scheletri e mummie, e persino fossili di dinosauro: l’archeologia e la paleontologia sono una fonte inestimabile di informazioni per la ricerca medica. Ecco alcune delle scoperte che hanno portato a svelare qualche segreto in più sulla nostra salute presente e passata.

Di cosa si ammalavano e soffrivano donne e uomini del passato, quando ancora le malattie non erano classificate con chiarezza o in epoche di cui non abbiamo testimonianze scritte? A questa domanda tenta di rispondere la paleopatologia, una disciplina a cavallo tra la medicina e la paleontologia.

In passato gli esperti di paleopatologia si concentravano sullo studio delle alterazioni nella morfologia delle ossa, le sole parti in genere conservate, analizzando in particolare le deformazioni quali indicatori indiretti di specifiche patologie. Negli ultimi trent’anni tuttavia circa è emersa la possibilità di recuperare e analizzare il DNA che si trova nei resti antichi, grazie a tecniche di biologia molecolare, come per esempio la PCR. Tramite questa tecnica – oggi celeberrima perché usata anche per identificare l’RNA del virus Sars-Cov-2 nei campioni prelevati con il tampone rinofaringeo – si ricavano informazioni sulle sequenze genetiche, associandole poi a specifiche condizioni cliniche.

Ma c’è di più. Nelle ossa e nei corpi mummificati è possibile trovare indizi sul tipo di attività più frequentemente svolta da una persona (tramite i cosiddetti marcatori occupazionali), sulla condizione sociale e, nel caso delle donne, se abbiano o meno partorito. Paragonando le informazioni raccolte, è poi possibile valutare la probabilità di anomalie congenite e patologie endocrine, problemi dentali e infiammazioni ossee, fino a tumori e alterazioni a livello sanguigno.

Le scoperte più sorprendenti

La tubercolosi era diffusa in America anche prima che gli europei colonizzassero il continente. È uno dei risultati più interessanti sulla storia delle malattie ottenuti grazie alla paleopatologia. Sappiamo che i primi casi di tubercolosi risalgono almeno al 4000 a.C., ma fino a pochi decenni fa si pensava – erroneamente – che la malattia avesse raggiunto il Nuovo mondo con le spedizioni spagnole nel corso del Cinquecento. In origine è probabile che la tubercolosi sia stata trasmessa agli esseri umani dal bestiame tramite un salto di specie del micobatterio che ne è la causa, probabilmente attraverso l’ingestione di carne infetta oppure di latte. Oggi nei resti paleontologici la malattia può essere individuata in due modi. Tracce del micobatterio che la causa, quello che oggi è anche chiamato bacillo di Koch, possono essere trovate sotto forma di DNA anche nelle ossa, dato che la tubercolosi si manifesta anche a livello scheletrico. e Inoltre si possono utilizzare i tipici segni esteriori lasciati dalla malattia in corrispondenza delle articolazioni.

Risalgono agli anni Settanta del secolo scorso, in seguito a studi su mummie precolombiane del Perù, alcuni degli altri risultati significativi ottenuti dai paleoantropologi. Analizzando i resti di questi corpi di 2.400 anni fa, gli scienziati dell’università statunitense della Virginia hanno scovato tracce inequivocabili di virus influenzali, del virus del vaiolo, del batterio Treponema pallidum (quello responsabile della sifilide) e persino segni di verruche imputabili ad alcuni sottotipi di Hpv, il papillomavirus umano.

È stata necessaria invece l’analisi di materiale genetico – l’RNA dei ribosomi trovato nelle ossa di una necropoli nel Lazio, a Lugnano, datate 450 d.C. – per trovare una traccia diretta del plasmodio della malaria. E sempre tramite tecniche di biologia molecolare sono state trovate evidenze del batterio Mycobacterium leprae in resti ossei già in precedenza classificati come appartenenti a un malato di lebbra. Gli indizi macroscopici e gli esiti delle radiografie, dunque, sono stati confermati con una diagnosi anche a livello genetico. Ciò ha dato un contributo importante nello stabilire una data più plausibile per l’arrivo della malattia in Italia, giunta verosimilmente nel Nordest del nostro Paese almeno nel quarto secolo a.C.

300 milioni di anni di tumori

Uno dei filoni di ricerca più interessanti della paleopatologia è lo studio delle neoplasie. Molto prima dell’evoluzione di Homo sapiens , i tumori interessavano già diverse altre specie animali. A oggi il più antico cancro identificato risale a circa 300 milioni di anni fa, trovato in un fossile di pesce. La prima neoplasia negli ominidi di cui siamo a conoscenza, invece, è un tumore osseo nel piede, datato 1,7 milioni di anni fa, ed è stato rinvenuto nei pressi dell’odierna Johannesburg, in Sudafrica. Un altro tumore antico è stato identificato in Kenya e risale a circa un milione di anni fa, mentre se si include la categoria dei tumori benigni il record attuale di anzianità appartiene a una neoplasia a livello delle vertebre identificata in un australopiteco vissuto 1,9 milioni di anni fa.

Al di là dei singoli casi di studio, il valore di queste ricerche sta soprattutto nell’aiutarci a comprendere quali tipi di tumore abbiano caratterizzato epoche diverse e quali fattori possano aver modificato le cose nel tempo. Purtroppo, la storia della medicina – quella basata su fonti scritte – non è particolarmente utile da questo punto di vista, dato che la definizione moderna di tumore risale alla fine del Settecento. Sappiamo che già gli antichi egizi e altre popolazioni antiche hanno tentato di descrivere il cancro, ma gli indizi e le informazioni raccolte non permettono di dedurre informazioni utili oggi a livello scientifico.

Gli osteosarcomi, o tumori delle ossa, sono i più semplici da identificare nei resti antichi, per una banale questione di conservazione. I reperti vengono di solito analizzati con tecniche di tomografia computerizzata, in modo da osservarne in dettaglio le caratteristiche strutturali e determinare con precisione di quale tipo di neoplasia si tratta. Tuttavia, quelli a carico delle ossa sono tumori piuttosto rari, ed è quindi indubbio che limitarsi a questo tipo sia limitante.

Gli scienziati ritengono che diversi altri tipi di cancro dovessero essere presenti già nell’antichità, poiché dovuti a fattori esterni cui si poteva essere esposti anche all’epoca. Per esempio, i tumori della pelle, causati dalle radiazioni solari, oppure quelli al fegato e all’utero, provocati rispettivamente da virus antichi come quelli che causano le epatiti e il papillomavirus. Va tuttavia detto che la durata media della vita, molto inferiore rispetto a oggi verosimilmente lasciava meno opportunità a cellule cancerose di svilupparsi in quel lungo processo, anche trentennale, che spesso è il cancro. Per questo è verosimile che i tumori fossero meno frequenti rispetto ai giorni nostri, quando invece l’invecchiamento e la lunga aspettativa di vita della popolazione sono di per sé importanti fattori di rischio.

Tra gli altri tumori già identificati in più di un’occasione negli ultimi decenni in resti umani antichi ci sono il mieloma multiplo, che lascia tracce nelle ossa dato che è localizzato nel midollo, il carcinoma nasofaringeo, che può distruggere con uno schema tipico le ossa facciali, e non meglio definiti tumori in stato di metastasi, riconoscibili per la presenza di lesioni multiple. Per ora abbiamo invece un solo caso di tumore bilaterale delle ovaie, identificato in una mummia del periodo cristiano.

Anche lo studio del cancro nei resti animali desta grande interesse, perché per esempio non è ancora stato spiegato come mai alcune specie abbiano una frequenza particolarmente bassa di neoplasie. Gli elefanti e le talpe senza pelo, per citare giusto alcune specie, si ammalano molto raramente di cancro. Uno degli obiettivi della ricerca è capire come si sia sviluppata questa resistenza innata e se i benefici possano essere trasferiti anche agli esseri umani.

Gianluca Dotti

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