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Scoperte serendipiche – La nascita della chemioterapia

Come sono stati scoperti i primi chemioterapici efficaci contro i tumori? Non si tratta di una storia “solo” di ricerca scientifica, ma anche di casualità: c’entra la Seconda guerra mondiale, e in particolare l’uso dei gas mostarda.

La chemioterapia utilizza farmaci per uccidere le cellule tumorali. Insieme alla chirurgia e alla radioterapia, è una delle armi principali contro il cancro. Tra le tre tecniche, però, è quella che è arrivata più tardi. I medici di ogni epoca hanno sempre cercato di rimuovere fisicamente i tumori solidi, e dopo la scoperta dei raggi X, nel 1895, già l’anno successivo il medico francese Victor Despeignes tentava la prima radioterapia. Per l’avvento della chemioterapia dovremo invece attendere ancora diversi decenni. Il motivo? Le cellule del cancro si distinguono da quelle sane solo per particolari mutazioni e per la conseguente velocità di crescita: trovare un farmaco che colpisse quelle che si moltiplicano vorticosamente risparmiando quelle a crescita normale non è stata un’impresa da poco.

Il carico segreto

La nascita della moderna chemioterapia deve molto a un episodio della Seconda guerra mondiale, e a un’arma terribile inventata nel precedente conflitto. Il 2 dicembre 1943 gli aerei tedeschi bombardarono il porto di Bari. Nel porto era ormeggiata la SS John Harvey, una nave da trasporto americana. La stiva della nave nascondeva un carico segreto: 2.000 bombe all’iprite, noto anche come gas mostarda.

In teoria il gas mostarda era stato proibito dalla Convenzione di Ginevra del 1925. In pratica, era stato usato anche dopo da diversi eserciti, compreso quello italiano. L’attacco tedesco del 1943 a Bari causò il danneggiamento della nave americana e la fuoriuscita dell’iprite in forma liquida, che formò uno strato sulle acque del porto. I vapori che si sprigionarono, assieme al fumo dei combustibili infiammati dai bombardamenti, diedero origine a una nube tossica. Si stima che circa 250.000 persone siano state esposte alla nube, e che 1.000 siano state uccise dall’agente chimico. Ma gli Alleati al momento insabbiarono tutto: il carico era segreto, l’arma proibita, e il bombardamento tedesco servì da copertura.

Un medico fu inviato a indagare sul disastro. Si chiamava Stewart Alexander, ed era un cardiologo del New Jersey che era diventato esperto di armi chimiche. Al suo arrivo a Bari, il tenente Alexander era ignaro della presenza dell’iprite sulla SS John Harvey, ma esaminando le vittime intuì che erano state esposte a un agente simile, anche se alcuni sintomi erano diversi da quelli osservati durante la Prima guerra mondiale: moltissime cartelle cliniche riportavano una “dermatite non diagnosticata”.

Alexander ne comprese presto le ragioni. Nella Grande guerra l’iprite, che è liquida a temperatura ambiente, era dispersa sotto forma di gas. In questo caso invece il liquido si era mescolato in mare all’olio combustibile e aveva formato così uno strato sopra la superficie, nel quale molti marinai avevano nuotato cercando di salvarsi. In altre parole, molte persone avevano letteralmente “fatto il bagno” in questa mistura.

Da arma letale a terapia

Alexander comunicò ai vertici quanto aveva appreso, ma non venne ascoltato. Il primo ministro Winston Churchill replicò ai suoi telegrammi: non c’era gas mostarda a Bari, e i sintomi (che lo stesso Churchill aveva potuto osservare nella Prima guerra mondiale) non combaciavano. Nessuno in quel momento voleva dare alla Germania un’arma di propaganda, e in realtà i dettagli dell’incidente rimasero segreti per decenni. Ma Alexander aveva scoperto anche qualcos’altro nelle sue indagini. Le persone esposte al gas mostarda erano accomunate dalla leucopenia, cioè una scarsità di globuli bianchi. In altre parole il composto, una volta penetrato all’interno dell’organismo per via sistemica, appariva distruggere in maniera selettiva un unico tipo di cellule, e questo è stato appunto il principio della moderna chemioterapia.

Il primo impiego ipotizzato da Alexander fu il trattamento delle leucemie, tumori dove i globuli bianchi si replicano in maniera incontrollata. Ma forse un composto del genere poteva essere usato anche contro altri tipi di tumore, visto che sono malattie accomunate dalla rapidissima proliferazione cellulare.

Nonostante la censura, lo studio di Alexander non era passato inosservato, anche perché arrivava di fatto in un momento favorevole. Le armi chimiche della Grande guerra erano molto studiate, e la leucopenia causata dai gas mostarda era già oggetto di studio di alcuni scienziati, che come lui avevano intuito il potenziale terapeutico di questa sostanza: la meticolosa indagine di Alexander sull’incidente di Bari era semplicemente la dimostrazione che quelle ricerche erano sulla strada giusta. La prima pubblicazione scientifica che descrive gli effetti clinici di una chemioterapia basata sulla mostarda azotata uscì nel 1946, a guerra terminata: riportava i risultati di uno studio sul trattamento di 67 pazienti, tra cui casi di linfosarcoma, di morbo di Hodgkin e alcune leucemie. Non si trattava ancora di vere sperimentazioni trial cliniche, ma di una raccolta di casi dove i pazienti, che non avevano ricevuto i benefici sperati dalla radioterapia, avevano provato un farmaco derivato dal gas mostarda, somministrato per via endovenosa. Anche con queste limitazioni, per i medici gli effetti della sostanza erano stati in molti casi eclatanti, con apparenti remissioni del tumore anche in pazienti terminali. In alcuni casi il nuovo farmaco aveva reso il tumore nuovamente attaccabile con la terapia standard, cioè la radioterapia.

Era nata così la mustina, un chemioterapico usato ancora oggi, a cui sarebbero seguite altre molecole capaci di mitigare e in alcuni casi eliminare gli effetti del cancro.

Frutti della guerra?

Come scrive in un suo articolo la professoressa statunitense Susan L. Smith, autrice del saggio Toxic Exposures: Mustard Gas and the Health Consequences of World War II in the United States (Esposizioni tossiche: gas mostarda e conseguenze sulla salute della Seconda guerra mondiale negli Stati Uniti), non è alla guerra in sé che dobbiamo questo traguardo. Medici e scienziati hanno colto l’opportunità di ricavare informazioni mediche dallo studio di armi letali, avvantaggiandosi delle ampie risorse economiche e umane messe a disposizione dalla mobilitazione militare. Ma bisogna ricordare che alcuni studi condotti in questo periodo erano sperimentazioni umane, su soldati e civili, che non rispettavano gli standard etici. Per questo, secondo la studiosa, è fondamentale che la ricerca medica oggi venga sostenuta direttamente, e senza che vi siano altri fini o implicazioni. “Come ci ricorda la storia della chemioterapia” scrive la studiosa “è stata la scienza, non la guerra, ad aiutare la pratica medica.”

Stefano Dalla Casa

Giornalista e comunicatore scientifico, si è formato all’Università di Bologna e alla Sissa di Trieste. Scrive su Wired Italia, Il Tascabile e altre testate. Collabora con Pikaia, il portale italiano dell’evoluzione, dalla sua fondazione. Ha scritto col pilota di rover marziani Paolo Bellutta il libro di divulgazione Autisti marziani (Chiavi di lettura Zanichelli, 2014) e ha curato molti dei libri usciti in seguito nella stessa collana.

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