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Serpenti, delfini e scimpanzé: gli strani esperimenti di Winthrop Kellogg

Negli anni Trenta del secolo scorso gli psicologi Winthrop Kellogg e Luella Kellogg allevarono il loro figlio insieme a una piccola scimpanzé come fossero fratelli. I due volevano condurre un esperimento sul ruolo della natura e della cultura, per cui lo scienziato in particolare divenne molto famoso e fu ampiamente criticato. La sua carriera non si limitò però a questo. Fu lui, per esempio, a scoprire che i delfini usano la cosiddetta ecolocalizzazione per individuare prede e conspecifici, e a condurre una varietà di esperimenti con specie diverse.

Che cosa ci rende quello che siamo? È la nostra natura, cioè il “programma” scritto nei nostri geni, o è la cultura, cioè l’insieme degli apprendimenti e delle esperienze che facciamo? Se ne discute da secoli, e oggi la risposta sembra scontata: un po’ tutti e due. Eppure ancora oggi il dibattito prosegue, perché non è facile capire se e quanto una caratteristica sia ereditata ed ereditabile e quanto invece sia plasmata dall’ambiente in cui un organismo si sviluppa e cresce. Nel secolo scorso lo psicologo Winthrop Kellogg si gettò nella disputa con un esperimento che prevedeva di allevare come fratelli un bambino e un cucciolo di scimpanzé. Eticamente molto discutibile, ma Winthrop Kellogg non era uno “scienziato pazzo” e i suoi contributi alla scienza vanno oltre l’esperimento che lo ha reso famoso.

Le “bambine selvagge”

Alla fine degli anni Venti del Novecento cominciò a circolare una strana storia, secondo cui in India un missionario aveva soccorso due bambine che vivevano insieme ai lupi. Le chiamò Amala, di 2 anni circa, e Kamala, di 8 anni. Le portò all’orfanotrofio che dirigeva e scrisse in un diario le sue osservazioni. Amala e Kamala si comportavano come lupi: camminavano a quattro zampe, mangiavano carne cruda, ululavano e naturalmente non parlavano. Morirono entrambe molto giovani, senza aver recuperato alcuna qualità umana o quasi.

Amala e Kamala sono esistite, ma non erano state allevate dai lupi. La storia era stata inventata per raccogliere soldi per l’orfanotrofio. In effetti la maggior parte delle storie di “bambini selvaggi” allevati da altri animali è più leggenda che realtà, ma è vero che alcuni bambini, anche in tempi più recenti, sono cresciuti senza contatti umani e che questo ha inciso profondamente sul loro sviluppo. Al tempo la storia di Amala e Kamala, in apparenza ben documentata, fu presa per vera da alcuni scienziati. Perché le due bambine continuarono a comportarsi come i lupi che, si credeva, le avevano allevate? L’opinione prevalente è che dovessero avere in partenza dei difetti cognitivi. In effetti, è probabile che le bambine avessero qualche grave forma di ritardo mentale. Il missionario aveva inventato o esagerato alcuni comportamenti in accordo alla storia che aveva costruito.

Secondo Winthrop Kellogg, qualunque bambino cresciuto in quelle condizioni si sarebbe comportato nello stesso modo.

Donald e Gua

Anche in quel caso il dilemma era tra natura e cultura, e per risolverlo Kellogg cominciò a pensare a un esperimento mai tentato prima. Era il 1931, e nemmeno all’epoca sarebbe stato accettabile isolare i bambini dal contatto umano per osservare come crescevano. Così Kellogg, che allora lavorava all’università dell’Indiana, capovolse il problema: decise di allevare un bambino insieme a un cucciolo di scimpanzé, specie che oggi sappiamo essere molto vicina alla nostra dal punto di vista genetico ed evolutivo.

L’esperimento si svolse nel laboratorio di biologia dei primati a Orange Park, in Florida. Lo scimpanzé era una femmina e si chiamava Gua; il bambino si chiamava Donald ed era il secondo figlio di Kellogg. All’inizio dell’esperimento Donald aveva 10 mesi e Gua 7, e da quel momento furono allevati da Kellogg e sua moglie Luella come fratelli: nello stesso ambiente, con la stessa dieta e con gli stessi insegnamenti. Nel frattempo i Kellogg registravano ogni cambiamento nella crescita, eseguivano test e filmavano i due piccoli. Se, come pensava Kellogg, il ruolo della cultura fosse stato cruciale e prevalente, allora Gua avrebbe acquisito molte abilità tipiche degli esseri umani. Forse avrebbe imparato addirittura a parlare.

I risultati, almeno in parte, confermarono la tesi di Kellogg. Nel corso di nove mesi, i due “fratelli” si svilupparono in modo simile. Anche Gua, come Donald, imparò a camminare, ad andare in bagno, a mangiare con un cucchiaio, a bere da un bicchiere, a usare gli interruttori della luce, a seguire la routine della casa. Ma la natura innata di Gua non poteva essere completamente cambiata. Per esempio, aveva l’abitudine di mangiare insetti e fiori che trovava in casa e usava spesso la bocca per afferrare il cibo. Possedeva anche un udito in grado di percepire frequenze diverse rispetto a Donald e ai “genitori” e reagiva a suoni che noi umani non siamo in grado di percepire. Gua non parlò mai perché non aveva le strutture della laringe che consentono agli esseri umani di parlare, ma anche perché, apparentemente, non era in grado di capire il linguaggio umano: al massimo reagiva a particolari parole o frasi. Fu invece Donald che cominciò a imitare i suoni della “sorellina”, sviluppando in ritardo le proprie capacità linguistiche. E a mordere. È a quel punto che i Kellogg interruppero l’esperimento, anche se il motivo di questa scelta è tutt’ora oggetto di dibattito.

 I due coniugi Kellogg raccontarono la storia di Donald e Gua nel libro The ape and the child, pubblicato dall’editore Whittlesey House nel 1933. Se ne parlò tutto il mondo, e arrivarono anche le critiche. Lo scienziato fu accusato di inseguire la fama a scapito del rigore scientifico, di aver sottoposto un bambino a un lungo e potenzialmente pericoloso esperimento, e anche di non aver pensato al benessere di Gua. Infatti la scimpanzé, separata dalla sua famiglia adottiva alla fine dell’esperimento, morì di polmonite meno di un anno dopo. Per decenni Kellogg evitò di parlare di quell’esperienza, che però fece scuola.

Altri esperimenti simili dimostrarono la grande capacità degli scimpanzé di acquisire abilità tipicamente umane, ma fino a un certo punto. Nonostante ciò che a volte si sente in qualche documentario, nessuno scimpanzé ha mai davvero imparato a usare il linguaggio parlato, né quello dei segni.

Non solo scimpanzé

Quando cominciò l’esperimento che lo rese famoso, Kellogg era appena diventato professore associato all’università dell’Indiana, negli Stati Uniti. Aveva già pubblicato i risultati di diverse ricerche, e in seguito continuò a dedicarsi con zelo agli studi sul comportamento. In principio lavorò sul condizionamento classico, cioè la modalità di apprendimento che permette di associare risposte automatiche (riflessi) a uno stimolo neutro. Come i famosi cani di Pavlov, che dopo aver associato il suono di una campanella al cibo cominciavano a salivare anche sentendo solo la campanella.

I suoi interessi erano però molto ampi: era prima di tutto uno sperimentatore, non un teorico, e cercava in continuazione nuovi metodi e strumenti per raccogliere dati in modo controllato e rispondere a domande fondamentali della psicologia comparata. Nei suoi studi si dedicò con lo stesso zelo a pesci, uccelli, topi, ratti, cani e altri animali. Per esempio, in uno studio del 1936 mise dei serpenti d’acqua in un labirinto a T per capire come imparavano a risolverlo e in quanto tempo. I serpenti dovevano imparare a dirigersi in una zona del labirinto dove l’acqua era tiepida, evitando invece la zona dove l’acqua era fredda. Era forse la prima ricerca della storia in cui si studiava l’apprendimento nei serpenti.

Nel 1937 divenne professore ordinario, ma nel 1954 lasciò l’università dell’Indiana per un incarico all’università della Florida. Qui fece una scoperta fondamentale: i delfini dal naso a bottiglia, o tursiopi, usano il biosonar per l’ecolocalizzazione. Emettono cioè suoni che, rimbalzando nello spazio, permettono loro di percepire com’è fatto l’ambiente circostante e di localizzare così oggetti, predatori e conspecifici. Alcuni lo sospettavano, ma nessuno aveva ancora cercato di dimostrarlo.

Per 6 anni, Kellogg condusse esperimenti in una speciale piscina con due tursiopi sulla costa del Golfo del Messico, e scoprì molte delle nozioni sull’ecolocalizzazione dei cetacei che oggi diamo per scontate. I delfini emettono suoni ad alta frequenza, e il loro orecchio è in grado di percepirne l’eco. Con questo sistema identificano anche oggetti molto piccoli, come le prede. Per dimostrarlo, Kellogg non solo condusse esperimenti in notti senza luna, ma offrì ai delfini la scelta tra due pesci, di cui uno nascosto dietro una lastra di vetro. Se avessero usato solo la vista, i delfini si sarebbero scontrati con la lastra di vetro. Invece, su 202 prove, i delfini scelsero sempre il pesce che non era nascosto dalla lastra, invisibile agli occhi ma non al biosonar. Questi studi aprirono la strada anche a ricerche sull’ecolocalizzazione umana, molto sviluppata nelle persone cieche, a cui si dedicò un allievo di Kellogg. E continuò a studiare i delfini, questa volta per approfondire la loro capacità di risolvere i problemi. Se oggi sappiamo tanto sulle capacità cognitive dei delfini, un po’ è anche merito suo.

Dopo Winthrop Kellogg

Winthrop Kellogg andò in pensione nel 1965 e morì nel 1972, meno di un mese dopo la morte della moglie Luella. Il figlio Donald, che era diventato uno psichiatra e si era sposato, si suicidò l’anno successivo.

Winthrop Kellogg sarà sempre associato al suo controverso esperimento del 1931, così famigerato da oscurare gli altri contributi scientifici della sua carriera. Ma nel suo campo non è stato dimenticato, ed è ancora considerato un pioniere. Nel 1982 l’università della Florida ha dato il suo nome al Kellogg Research Laboratory of Psychology. All’inaugurazione del laboratorio la prima conferenza in programma è stata quella dell’antropologa ed etologa Jane Goodall, tra i maggiori esperti mondiali di scimpanzé.

Stefano Dalla Casa
Giornalista e comunicatore scientifico, si è formato all’Università di Bologna e alla Sissa di Trieste. Scrive o ha scritto per le seguenti testate o siti: Il Tascabile, Wonder Why, Aula di Scienze Zanichelli, Chiara.eco, Wired.it, OggiScienza, Le Scienze, Focus, SapereAmbiente, Rivista Micron, Treccani Scuola. Cura la collana di divulgazione scientifica Zanichelli Chiavi di Lettura. Collabora dalla fondazione con Pikaia, il portale dell’evoluzione diretto da Telmo Pievani, dal 2021 ne è il caporedattore.
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