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Come il DNA ha svelato il destino di Anastasija Romanov

La storia di un antico massacro, e di come, molti anni dopo, si sia riusciti a provare l’identità dei cadaveri grazie allo studio del DNA mitocondriale.

La notte tra il 16 e il 17 luglio 1918 la decaduta famiglia imperiale dei Romanov è stata giustiziata in una casa a Ekaterinburg, una città sul lato orientale dei Monti Urali. Qui un gruppo di rivoluzionari bolscevichi ha portato a termine l’esecuzione con armi da fuoco e baionette del deposto zar Nicola II, di sua moglie Aleksandra e dei suoi figli Ol’ga, Tat’jana, Marija, Aleksej e Anastasija, assieme ad alcuni servitori.

Si tratta di uno degli eventi storici più terribilmente simbolici del periodo della Rivoluzione russa. La ricostruzione parziale di ciò che è realmente accaduto ha tuttavia richiesto molti decenni. Gli esecutori, infatti, hanno condotto l’operazione in segreto e hanno cercato di rendere irriconoscibili i corpi delle vittime e di farli scomparire. Non volevano che diventassero dei martiri.

Prove frammentarie

La prima indagine sulla fine dei Romanov comincia nel 1919. L’Armata bianca, fedele allo zar decaduto, assegna il caso al magistrato Nikolaj Sokolov. Gli indizi e le testimonianze disponibili portano Sokolov nella miniera Ganina Jama. Qui il magistrato rinviene alcuni resti umani, il cadavere di un cane (l’animale da compagnia di Anastasia) e molti oggetti dei Romanov. Conclude, correttamente, che tutta la famiglia sia stata giustiziata, e trovando tracce di fuoco pensa a una cremazione dei corpi.

In realtà, la miniera era semplicemente il primo luogo scelto per l’occultamento dei cadaveri. Lì gli esecutori avevano spogliato i corpi dei loro indumenti. Li avevano poi buttati in una fossa, distruggendoli in modo sommario, dopo aver raccolto i preziosi che i Romanov avevano addosso e aver bruciato vestiti e altri oggetti. Ma la miniera non era profonda come pensavano e dai villaggi vicini stavano arrivando persone che avrebbero potuto diventare testimoni del crimine. Così alla fine avevano deciso di spostare i corpi in un altro posto.

Sokolov, con la guerra civile in corso, non può continuare le indagini come vorrebbe. La segretezza da mantenere sul massacro e la mancanza di informazioni certe ispirano la nascita di leggende. Qualche giovane Romanov, si dice, è riuscito a fuggire (sulla sorte di Nicola II e Aleksandra, invece, sono tutti concordi). Nel tempo si fanno avanti alcuni impostori, e le loro storie intrattengono per decenni l’opinione pubblica. In particolare, in tante sostengono di essere la principessa Anastasija, la più giovane dei Romanov. La più celebre è Anna Anderson, che sarà anche interpretata da Ingrid Bergman nel film omonimo, Anastasia, del 1956. Gli impostori, però, non sono facili da smentire. Anche se le loro storie sono molto dubbie se esaminate con un occhio critico, la mancanza di documenti accessibili e della prova costituita dai corpi della famiglia Romanov continua a lasciare aperta la porta al dubbio.

Arriva il DNA

La prima svolta in questo caso irrisolto arriva alla fine degli Settanta. Un geologo appassionato di storia, Aleksandr Avdonin, riesce a ottenere le informazioni per localizzare il secondo luogo di sepoltura dei Romanov. Con i suoi collaboratori trova nove corpi a pochi chilometri dal primo sito, ma mantiene segreta la scoperta fino alla dissoluzione dell’Unione sovietica. In quel momento comincia anche la declassificazione dei documenti, e man mano emergono i dettagli sull’esecuzione.

Nel 1991 iniziano le indagini sui resti, che possono contare su un nuovo strumento di identificazione: l’analisi del DNA mitocondriale. Questo pezzetto di DNA circolare si conserva meglio di quello nucleare, e si eredita per intero dalla propria madre, che lo trasmette tale e quale ai suoi discendenti. Per le strette parentele tra le famiglie reali europee, il DNA mitocondriale del principe Filippo di Edimburgo doveva essere lo stesso della zarina e delle sue figlie, essendo lui figlio della figlia della sorella maggiore di Aleksandra. Infatti il DNA mitocondriale nel campione fornito dalla corona britannica combacia con quello estratto dai resti di una donna adulta e di tre bambine. Sempre per parentele strette, quello di James Carnegie, terzo duca di Fife, combacia invece con quello estratto dai resti di un uomo adulto: con la stessa logica, deve trattarsi di Nicola Romanov.

Caso chiuso

Gli altri quattro corpi, però, erano di individui adulti senza apparenti legami di parentela, quindi doveva trattarsi del dottore dello zar e dei servitori giustiziati assieme alla famiglia. Mancavano all’appello due bambini: l’unico maschio, Aleksej, e una delle sorelle, Anastasija o, più probabilmente, Marija. In teoria, quindi, la leggenda dei sopravvissuti non poteva ancora considerarsi del tutto smentita, se non fosse che il DNA mitocondriale può essere usato anche per smascherare gli impostori. Anna Anderson era morta nel 1984, ma una ciocca dei suoi capelli fu sufficiente a confermare che non era una Romanov.

Nel 2007 vennero infine alla luce i resti carbonizzati delle vittime mancanti: un giovane maschio e una femmina. Erano stati seppelliti un po’ distante dagli altri nove, forse per confondere ulteriormente le acque. Ma il DNA non mente: il maschio era Aleksej e la femmina era sicuramente una sua sorella: si pensa appunto a Marija. Siamo abituati a pensare alle analisi del DNA utilizzate per trovare il colpevole di crimini contemporanei, ma in questo caso hanno permesso di mettere la parola “fine” a un grande mito della storia. I resti dei Romanov riposano nella Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo a San Pietroburgo.

Stefano Dalla Casa Giornalista e comunicatore scientifico, si è formato all’Università di Bologna e alla Sissa di Trieste. Scrive su Wired Italia, Il Tascabile e altre testate. Collabora con Pikaia, il portale italiano dell’evoluzione, dalla sua fondazione. Ha scritto col pilota di rover marziani Paolo Bellutta il libro di divulgazione Autisti marziani (Chiavi di lettura Zanichelli, 2014) e ha curato molti dei libri usciti in seguito nella stessa collana.

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