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Luci e ombre della desalinizzazione

È una delle strategie adottate per il rifornimento di acqua potabile, ma i suoi costi e il suo impatto sull’ambiente sono oggetto di discussione.

L’acqua potabile è forse una delle risorse che nei Paesi sviluppati più diamo per scontata. Ma chi ne ha sperimentato la mancanza, anche solo per un breve periodo, si è fatto certo un’idea di come l’indisponibilità di questa fondamentale risorsa abbia un impatto estremo sulla possibilità di condurre le attività più comuni ed essenziali della vita quotidiana.

La scarsità di “oro blu – com’è soprannominata l’acqua dolce non solo da chi promuove la possibilità per tutti di accedervi liberamente – oggi è già un problema per almeno 2,2 miliardi di persone. Il numero potrebbe però essere sottostimato, come ipotizza uno studio i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Science Advances. E la situazione non accenna a migliorare: da qui al 2050 la percentuale di persone che vivrà in aree nelle quali si dovrà affrontare la scarsità d’acqua – ovvero la mancanza o il contingentamento dell’acqua disponibile per bere, cucinare e coltivare – per almeno un mese l’anno potrebbe arrivare al 57 per cento, ben più della metà della popolazione mondiale.

Tra gli “Obiettivi di sviluppo sostenibile” delle Nazioni Unite, quello che riguarda l’accesso libero per tutti all’acqua potabile è uno dei più importanti, e per raggiungerlo si chiede di “espandere entro il 2030 la cooperazione internazionale e il supporto per creare attività e programmi legati all’acqua e agli impianti igienici nei Paesi in via di sviluppo, compresa la raccolta d’acqua, la desalinizzazione, l’efficienza idrica, il trattamento delle acque reflue e le tecnologie di riciclaggio e reimpiego”.

La desalinizzazione, ovvero come ottenere acqua potabile dal mare

Da anni la desalinizzazione, il processo che rimuovendo i sali da un liquido permette di rendere l’acqua marina utilizzabile per rifornirsi di acqua per bere, lavarsi, cucinare e per le attività produttive. Ma è nell’ultimo periodo che si è registrato un uso più intensivo di questa pratica. Complice l’aumento della popolazione in molte aree che soffrono di scarsità d’acqua, il conseguente aumento della domanda di cibo e gli effetti dei cambiamenti climatici sul ciclo idrologico, la desalinizzazione è oggi considerata uno dei sistemi per avere più acqua dolce a disposizione e ridurre così la dipendenza dalle fonti naturali o dalle importazioni.

Secondo i dati della International Desalination Association, l’associazione degli operatori industriali che nel mondo si occupano di queste tecnologie, nel giugno 2015 si contavano circa 18.426 impianti di dissalazione operativi sulle acque del pianeta, in grado di produrre 86,8 milioni di metri cubi di acqua dolce al giorno e rifornire 300 milioni di persone. Un aumento del 10,71 per cento in due anni (nel 2013 eravamo a quota 78,4 milioni di metri cubi).

Oggi i più importanti consumatori di acqua desalinizzata sono i Paesi del Medio Oriente, con l’Arabia Saudita in testa, che ottiene circa il 50 per cento della propria acqua potabile dalla desalinizzazione. Israele possiede cinque impianti per la desalinizzazione dell’acqua del Mar Mediterraneo, mentre diversi altri Stati, come Bahamas, Maldive e Malta, soddisfano il loro intero fabbisogno idrico attraverso questo processo.

Tra gli altri Paesi industrializzati, anche Australia e Stati Uniti hanno investito negli impianti di desalinizzazione. L’impianto di Melbourne, che ha fornito per la prima volta acqua potabile nel 2017, è costato 3,5 miliardi di dollari, provvede a un terzo del fabbisogno idrico della città e si è dimostrato fondamentale, dato che la regione ha visto calare drasticamente il livello delle precipitazioni negli ultimi vent’anni. Negli Stati Uniti, la California e la Florida hanno impianti attivi che producono parte dell’acqua potabile di cui necessitano cittadini e agricoltura.

Come avviene il processo di desalinizzazione

Sono principalmente due i sistemi impiegati: nel primo si riscalda l’acqua di mare catturandone il vapore, per poi condensarlo nuovamente in acqua dolce, tramite un processo di distillazione. La tecnologia più utilizzata è quella denominata “distillazione flash multistadio”, un processo termico per dissalare grandi quantità d’acqua di mare. Il processo si basa sul principio che l’acqua bolle a temperature più basse man mano che la pressione atmosferica scende. In questo caso l’acqua di mare passa attraverso delle camere, denominate “stadi”, ciascuno dei quali contiene uno scambiatore di calore e un raccoglitore di condensa: quando l’acqua di mare preriscaldata entra nel primo stadio, parte di essa bolle rapidamente, formando vapore che si condensa in acqua dolce sui tubi di scambio termico.

Un secondo metodo, estremamente più costoso ed energivoro (perché utilizza elettricità e non calore come il primo sistema), è quello della cosiddetta osmosi inversa: in questo caso l’acqua, con i sali disciolti al suo interno, viene essenzialmente pompata ad alta pressione attraverso una membrana semipermeabile che blocca le componenti saline, mentre lascia passare le molecole d’acqua. Uno dei più grandi impianti di desalinizzazione a osmosi inversa in funzione si trova a Sorek, in Israele, e può produrre circa 627.000 metri cubi di acqua dissalata al giorno.

I non pochi problemi ambientali

Se da una parte la desalinizzazione sembra essere una delle soluzioni più efficaci per ridurre la carenza d’acqua, dall’altra sono ben noti i problemi ambientali che questa tecnologia comporta. Innanzitutto si tratta di un processo che consuma molta energia e che, essendo alimentato da combustibili fossili, contribuisce in maniera importante all’aumento delle emissioni a effetto serra in atmosfera, e quindi al riscaldamento globale.

Inoltre i residui della desalinizzazione, la cosiddetta “salamoia”, risultano essere tossici e, una volta rilasciati in mare, inquinano gli ecosistemi costieri: nella maggior parte dei processi di dissalazione, per ogni litro di acqua potabile prodotta si creano circa 1,5 litri di acqua reflua contaminata con cloro e rame.

Questo significa che, su una produzione di circa 96 milioni di metri cubi d’acqua dolce al giorno a livello globale, potrebbero essere prodotti addirittura 142 milioni al giorno di salamoia, circa il 50 per cento in più rispetto a stime precedenti. In particolare, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar producono il 55 per cento della quota globale totale di salamoia.

Come riportato dallo United Nations Environment Programme, quest’acqua di scarico è due volte più salina dell’acqua dell’oceano e, se non adeguatamente diluita e dispersa, potrebbe degradare gli ecosistemi costieri e marini. L’aumento della salinità e della temperatura potrebbe causare una diminuzione del contenuto di ossigeno disciolto nell’acqua di mare e contribuire alla formazione di “zone morte”, dove pochissimi animali marini possono sopravvivere.

 

Rudi Bressa Giornalista ambientale e scientifico, collabora con varie testate nazionali e internazionali occupandosi di cambiamenti climatici, transizione energetica, economia circolare e conservazione della natura. È membro di Swim (Science writers in Italy) e fa parte del board del Clew Journalism Network. I suoi lavori sono stati supportati dal Journalism Fund e dalI’IJ4EU (Investigative Journalism for Europe).

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