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Scoperte serendipiche – La peste in Manciuria e la nascita della mascherina

La nascita della mascherina

È stato un medico cinese, Wu Lien-teh, a diffondere per la prima volta l’uso della mascherina per combattere un’epidemia.  

Era la fine del 2019 quando a Wuhan, in Cina, si stava diffondendo un nuovo coronavirus che fino ad allora non era stato mai identificato negli esseri umani. A gennaio 2020 vennero applicate restrizioni alla circolazione nell’intera città, così come in altre nella provincia dell’Hubei, e a tutti i cittadini fu richiesto di indossare una mascherina in caso fossero costretti a uscire di casa. Da questa parte del mondo guardavamo agli sviluppi con incredulità mista ad apprensione: agli inizi del 2000, con l’epidemia di SARS, avevamo già visto le strade dei Paesi asiatici riempirsi di volti mascherati. In quel caso, anche se il virus si era diffuso fuori dai confini cinesi, si era riusciti a evitare la pandemia. Questa volta invece, mentre seguivamo le notizie dalla Cina, il virus stava già circolando anche in Italia, anche se ancora non lo sapevamo.

Ci sono diversi motivi per cui la Cina, e con lei altri Paesi asiatici, senza riscontrare particolari resistenze nella popolazione, ha da subito puntato sull’utilizzo delle mascherine (che pure allora non faceva parte delle raccomandazioni specifiche dell’Oms). Una delle ragioni principali è la storia del medico Wu Lien-teh, considerato in Cina alla stregua di un eroe nazionale perché, all’inizio del secolo scorso, si ritrovò a lottare contro un’epidemia sconosciuta e promosse l’utilizzo delle mascherine come dispositivi di protezione.

Dalla Malesia, All’Europa, alla Cina

Il nostro eroe era nato nel 1879 a Penang, in Malesia, allora un territorio britannico, ma la sua famiglia era di origini cinesi. Il suo nome in lingua hokkien era Gnoh Lean-Tuck, ma era conosciuto anche con l’equivalente cantonese Ng Leen Tuck. Si era distinto subito negli studi: alla Penang Free School era il più giovane di una classe speciale che preparava 20 studenti a competere per le prestigiose “Queen’s scholarships”. Vinta la borsa di studio della regina, nel 1896, il giovane poté studiare scienze naturali e medicina a Cambridge, completando la sua formazione medica alla Liverpool School of Tropical Medicine, all’Istituto Pasteur a Parigi e all’Istituto Halle in Germania. Nella sua carriera universitaria collezionò ulteriori borse di studio e premi e, una volta laureatosi con una tesi sul tetano, tornò in patria nel 1903 con la migliore istruzione che l’Impero britannico potesse offrire – o meglio, concedere – a un cinese d’oltremare.

Ma, proprio perché non era britannico, non poteva lavorare come specialista o ufficiale medico del Colonial Medical Service. Per questo iniziò a fare ricerca sulle malattie infettive al neonato Institute for Medical Research di Kuala Lumpur (allora chiamato Pathological Institute), in Malesia. In seguito tornò alla sua città natale dove, oltre ad aprire uno studio medico, si impegnò a migliorare le condizioni di vita della popolazione anche su altri fronti. In particolare, si batté per il diritto all’istruzione per le donne e si oppose al consumo e al commercio di oppio. La droga, certo, rovinava la salute delle persone, ma era anche un business, per cui la sua presa di posizione gli attirò diverse antipatie. Fu questo il motivo che lo spinse, nel 1907, ad accettare un posto di vicedirettore della Scuola medica militare imperiale a Tientsin, in Cina, dove cambiò il suo nome nell’equivalente mandarino Wu Lien-teh, con cui ora è ricordato.

Una malattia sconosciuta

Nel 1910 Wu Lien-teh venne scelto per investigare un’epidemia di origine misteriosa che si stava diffondendo da Harbin, nella Manciuria settentrionale, e stava avanzando verso Pechino. I malati tossivano sangue, avevano la febbre alta, e la loro pelle si decolorava. La malattia era quasi sempre fatale. Wu Lien-teh e un suo assistente arrivarono ad Harbin la vigilia di Natale, e si ritrovarono di fronte a una situazione drammatica. I corpi dei defunti si accumulavano e il clima era ostile. Non solo per il freddo intenso, ma anche dal punto di vista diplomatico: l’impero della dinastia Qing stava tramontando e montavano le tensioni con la Russia e il Giappone, che già controllavano parti della Manciuria. Il trentenne Wu Lien-teh doveva anche misurarsi con le pratiche mediche tradizionali locali, che erano ovviamente diverse da quelle che aveva appreso a Cambridge, durante gli studi.

Ma non si perse d’animo. Al terzo giorno dal suo arrivo effettuò un esame autoptico sul cadavere di una delle vittime dell’epidemia: la pratica al tempo in Cina era considerata inaccettabile, ma il fatto che il defunto fosse giapponese lasciava per fortuna più spazio di manovra al giovane medico. Le analisi dei campioni di tessuto confermarono quello che egli temeva: si trattava di peste polmonare. In quel preciso momento storico vi era un’enorme domanda da parte degli Stati Uniti di pellicce di marmotta siberiana, specie animale in cui era diffuso il batterio Yersinia pestis: molto probabilmente il patogeno era stato trasmesso ai cacciatori locali dalle pulci, e da lì si era diffuso al resto della popolazione.

A quel punto il medico aveva compreso cosa aveva per le mani, ma per far fronte al problema non esisteva ancora una cura. Era imperativo, dunque, provare ad arginare l’epidemia attraverso misure preventive di salute pubblica. Oltre a igiene assoluta, limitazioni negli spostamenti e quarantene, Wu Lien-teh si concentrò su due interventi: la cremazione dei cadaveri e l’utilizzo delle mascherine. Il medico le aveva viste usare in occidente dai chirurghi durante le operazioni, e pensò che potessero limitare la dispersione di goccioline di saliva ed espettorati, fluidi tramite cui si trasmetteva la peste polmonare. In quella situazione, le mascherine si potevano costruire facilmente avvolgendo del cotone in bende di garza; era poi sufficiente annodarsi le bende sul retro della testa per proteggere le vie respiratorie con materiale monouso largamente disponibile ed economico.

Il problema era però convincere la popolazione e i medici a indossarle. Nella sua autobiografia, Wu Lien-teh racconta che il punto di svolta fu la morte di Gérald Mesny, importante medico francese esperto di peste che insegnava a Tientsin. Mesny era arrivato ad Harbin pretendendo il posto di Wu Lien-teh, che a quel punto coordinava gli sforzi contro l’epidemia. Questi lo aggiornò su quanto fatto fino a quel momento, ma il francese non poteva accettare che un asiatico gli desse lezioni, né che lo contraddicesse. Wu Lien-teh era ormai pronto alle dimissioni, quando Mesny morì di peste sei giorni dopo aver visitato un ospedale senza utilizzare la mascherina: non credeva che il patogeno si potesse diffondere per via aerea, e inoltre reputava le maschere contro la peste superstizioni di un tempo passato.

Da quel momento, l’epidemia e le misure adottate da Wu Lien-teh vennero prese sul serio: in tanti cominciarono a indossare le mascherine e a rispettare le regole di igiene, e i cadaveri venivano cremati appena possibile. L’epidemia si estinse nel marzo del 1911, con un bilancio di 60.000 vittime. Wu Lien-teh presiedette in seguito la Conferenza internazionale sulla peste che si tenne a Mundken in Manciuria: era la prima volta che nell’Impero cinese si teneva un raduno di quel genere.

Da medico a mito

Dopo la conferenza internazionale del 1911, il suo nome divenne molto noto, tanto da essere nominato, per il suo grande lavoro durante l’epidemia di peste, per il premio Nobel per la medicina nel 1935.

Continuò a essere in prima linea nella lotta contro diverse epidemie, tra cui un’altra di peste polmonare nel 1922, sempre in Manciuria (dove, questa volta, fece subito recapitare 60.000 mascherine), e contribuì a modernizzare il sistema sanitario cinese, riuscendo abilmente a implementare i principi della moderna scienza medica presentandoli come in continuità con la tradizione medica cinese (sulla cui storia scrisse anche un famoso libro).

Nel 1937, durante la guerra sino-giapponese, fu costretto a tornare in Malesia, dove continuò a lavorare come medico riformatore fino alla sua morte, avvenuta nel 1960.

In Cina, in Malesia e nella comunità medica è una figura leggendaria, ma è a partire dall’epidemia di SARS, e soprattutto con la pandemia di Covid-19, che è aumentata la sua popolarità, sia in patria che altrove. Nel corso della crisi attuale le sue gesta, a volte a dire il vero raccontate anche in forma un po’ semplificata e romanzata, sono diventate un simbolo e un esempio da seguire nella lotta collettiva al virus.

Stefano Dalla Casa Giornalista e comunicatore scientifico, si è formato all’Università di Bologna e alla Sissa di Trieste. Scrive su Wired Italia, Il Tascabile e altre testate. Collabora con Pikaia, il portale italiano dell’evoluzione, dalla sua fondazione. Ha scritto col pilota di rover marziani Paolo Bellutta il libro di divulgazione Autisti marziani (Chiavi di lettura Zanichelli, 2014) e ha curato molti dei libri usciti in seguito nella stessa collana.

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