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Lo studio del DNA fa luce sulla storia della peste nera

Da dove proveniva questa terribile malattia? L’analisi genetica di alcuni resti del XIV secolo suggerisce che il primo ceppo possa essersi diffuso in Eurasia centrale. Ma vediamo come hanno lavorato gli scienziati e quali interrogativi restano ancora aperti.

La cosiddetta peste nera (1346–1353) è stata l’ondata iniziale di una pandemia che ha flagellato i nostri antenati per quasi cinque secoli ed è probabilmente stata una delle catastrofi infettive più letali per l’umanità. Il nome è dovuto alle tipiche macchie nere e livide che ne sono uno dei sintomi più visibili. In quei primi sette anni la malattia, secondo alcune stime, ha causato la morte di circa il 60 per cento della popolazione dell’epoca. È sinonimo di orrore e devastazione ed è una delle catastrofi sanitarie che più hanno segnato la storia della nostra specie. Ciò nonostante, le sue origini sono ancora oggi poco comprese e continuano a essere studiate e dibattute.

Di recente un gruppo internazionale di scienziati, guidati dall’istituto Max Planck di Jena e Leipzig, in Germania, hanno unito competenze in storia, archeologia e nelle più moderne tecniche per lo studio del DNA. Il loro obiettivo era scovare tracce delle versioni più “arcaiche” di Yersinia pestis, il batterio responsabile dell’epidemia, nei resti di esseri umani. Lo scopo ultimo era risalire il più indietro possibile al probabile innesco dell’epidemia che dal XIV secolo si era diffusa in molte regioni del mondo. I risultati dell’indagine sono stati pubblicati sulla rivista Nature il 15 giugno 2022.

In base ai risultati ottenuti gli scienziati hanno suggerito che il patogeno potrebbe aver iniziato a circolare, a partire dal 1338, in una precisa regione dell’Eurasia centrale. Potremmo insomma aver compreso chi furono le prime vittime della terribile epidemia.

Pietre che parlano

L’origine geografica della peste nera è stata a lungo ritenuta in Asia orientale, precisamente in Cina, anche se le prove certe in proposito sono mancate a lungo.

Gli scienziati dell’istituto Max Planck hanno studiato resti umani di antichi cimiteri nei pressi del lago salato Issyk Kul, nell’odierno Kirghizistan settentrionale, mostrando che tra il 1338 e il 1339 un’intera comunità del luogo era stata colpita da un’epidemia. Il primo indizio del contagio è stato il gran numero di sepolture risalenti a tale biennio. Non solo: analizzando le iscrizioni in lingua siriaca su molte delle lapidi, i ricercatori hanno decifrato informazioni sulla causa delle morti, indicata come una non specificata “pestilenza”, termine generico per indicare appunto una malattia grave e contagiosa. Al di là di queste preziose informazioni, la “pistola fumante” è però sempre rimasta nascosta: non vi era cioè finora alcuna prova schiacciante che all’origine del disastro vi fosse proprio Yersinia pestis, un patogeno che contagia gli esseri umani a partire dalle pulci che vivono su diversi animali tra cui i topi. È qui che entra in scena lo studio del DNA.

Genomi di una volta

Gli autori dell’articolo appena pubblicato su Nature hanno agito da detective, sequenziando e analizzando il DNA antico dei resti di alcuni individui (sette, per la precisione) riesumati da questi luoghi di sepoltura. Nelle letture del materiale genetico i ricercatori hanno cercato segni utili per risalire alla causa delle morti. In parallelo hanno tradotto e analizzato i dati d’archivio scaturiti dai precedenti scavi archeologici e li hanno poi combinati con le analisi del DNA antico. Hanno così trovato frammenti di DNA di Yersinia pestis in tre di loro, in particolare nella polpa dentale dei corpi. Dallo studio dei cimiteri di Kara-Djigach e Burana (questi i nomi dei siti) risulta probabile, insomma, che Yersinia pestis avesse avuto un ruolo chiave in quell’epidemia.

Non solo. Da un paio di campioni i ricercatori sono stati in grado di isolare e ricostruire due intere sequenze del DNA del batterio, riconducibili a un unico ceppo e che portano a pensare, anche attraverso il confronto col genoma di varianti geograficamente più vicini a noi, che questi batteri ne siano stati antenati diretti. Questi risultati sono considerati dagli studiosi ottime prove per affermare di aver ricostruito la “scena del crimine” e per considerare quindi i morti di quei cimiteri le più antiche vittime note della peste nera, nonché il luogo dove potrebbe essere avvenuto “il Big Bang” (cit.) dell’evoluzione in più ceppi del temibile batterio. Anche il batterio della peste ha verosimilmente fatto un salto di specie, o spillover, dagli animali agli esseri umani, e le specie su cui ricadono i maggiori sospetti sono le marmotte. Una volta raggiunta l’Europa, Yersinia pestis avrebbe poi trovato il proprio serbatoio prediletto nelle pulci soprattutto dei ratti.

Uno sguardo a tutto tondo

Dati storici e artefatti, incisioni incluse, documenterebbero poi gli intensi rapporti commerciali di questa regione con altre dell’Eurasia. Le vie carovaniere e le rotte più battute spiegherebbero, secondo i ricercatori, come l’epidemia si sia diffusa proprio in quegli anni in numerosi altri territori: Europa, Nord Africa e Medio Oriente. La località sorge infatti sull’antica Via della Seta e, spiegano gli studiosi, nelle tombe sono state ritrovate perle provenienti dall’Oceano indiano, coralli del Mediterraneo e monete straniere.

La ricerca è frutto di almeno dieci anni di indagini e, nonostante gli ottimi risultati, è ben lontana da essere conclusa. Grazie ai risultati, ma soprattutto al metodo di questo studio, sarà possibile investigare anche altri siti interessanti e forse riavvolgere il nastro della diffusione dei contagi anche in Europa, Cina e nel resto dell’Asia orientale. Ricostruire l’evoluzione di una pandemia è un lavoro estremamente complesso e – questo studio lo mostra molto bene – è solo con la sinergia tra biologi, storici e archeologi che diventa possibile raggiungere risultati solidi.

La malattia della peste non è stata completamente eradicata ed esiste ancora in diverse regioni del mondo, ma in virtù del generale miglioramento delle condizioni igieniche i casi sono rari e – per fortuna – il numero di vittime è limitato grazie alla disponibilità di cure antibiotiche.

Alice Pace
Giornalista scientifica freelance specializzata in salute e tecnologia, anche grazie a una laurea in Chimica e tecnologia farmaceutiche e un dottorato in nanotecnologie applicate alla medicina. Si è formata grazie a un master in giornalismo scientifico presso la Scuola superiore di studi avanzati di Trieste e una borsa di studio presso la Harvard Medical School di Boston. Qui su WonderWhy cura il piano editoriale. Su Instagram e su Twitter è @helixpis.
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