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Che cos’è la de-estinzione?

Possiamo resuscitare specie estinte? E, se potessimo, dovremmo farlo? Nel giorno del compleanno di Dolly, il primo mammifero clonato, vediamo da vicino i metodi proposti dagli scienziati per una possibile de-estinzione.

Il 5 luglio 1996 è nata la pecora Dolly, il primo mammifero clonato. Dal nucleo di una singola cellula prelevata da una pecora adulta, trasferito in una cellula uovo, si è sviluppato un embrione che è poi stato impiantato in una madre surrogata, dove è cresciuto fino al parto. Oggi possiamo clonare molte specie animali, dagli anfibi alle scimmie; e allora perché non potremmo clonare anche un animale estinto?

Una possibilità che sembra appartenere più ai romanzi di fantascienza che alla realtà, ma alcuni studiosi hanno seriamente considerato l’ipotesi della de-estinzione degli animali, mettendo in campo conoscenze e tecniche delle biotecnologie. Ognuno dei metodi proposti ha però molti limiti.

De-estinguere con la clonazione?

La pecora Dolly è stata un successo ottenuto dopo moltissimi tentativi, negli anni Novanta. Ancora oggi clonare un animale è un’impresa niente affatto banale. Dalla cellula di partenza, quella della creatura che si desidera duplicare, va prelevato il nucleo da trasferire nella cellula uovo di un altro individuo. La cellula uovo contiene a sua volta un nucleo, con metà del corredo genetico di un individuo, che deve essere eliminato.

Una volta inserito il nucleo selezionato nella cellula uovo così “deprogrammata”, bisogna indurlo a dare inizio alla divisione, per esempio con impulsi elettrici. Se tutto va bene, si ottiene un piccolo embrione (chiamato blastocisti) da impiantare in una madre surrogata. È un processo molto difficile da portare a termine con successo. Possiamo quindi immaginare che con un animale estinto la faccenda sia ancora più ardua.

Per cominciare, serve un campione di tessuto ben conservato da cui prelevare le cellule, possiamo quindi tranquillamente escludere animali estinti da troppo tempo. Poi c’è il problema della cellula uovo e della madre surrogata, che per forza di cose non potranno essere di quella stessa specie. Possiamo scegliere quella che sembra evolutivamente più vicina, ma sarà sufficiente?

Nel 2003 con questo metodo è stato fatto nascere un esemplare di Stambecco dei Pirenei, una sottospecie estinta nel 1999 e di cui era disponibile del tessuto crioconservato. Come madre surrogata è stata selezionata una capra. L’animale è morto però dopo pochi minuti per un problema al polmone.

Un altro parziale successo (o forse insuccesso) è stato il tentativo di clonazione di rane del genere Rheobatrachus, estinte in Australia negli anni Ottanta. In questo caso il tessuto non era crioconservato, cioè mantenuto a temperature bassissime, bensì semplicemente congelato in un freezer. Ciò nonostante i ricercatori del – così era stato soprannominato – Lazarus Project sono riusciti a prelevare dei nuclei da trasferire in uova di una specie affine. Nel 2013 hanno annunciato di aver osservato la divisione cellulare, ma di fatto lo sviluppo dell’embrione non si è mai completato. I ricercatori, in ogni caso, non sono ancora riusciti a pubblicare i risultati sulle riviste specializzate.

Si può fare un mammut con Crispr?

Alcuni studiosi hanno proposto di superare i problemi posti dalla clonazione con l’editing genomico. Per esempio, nel 2019 un gruppo di scienziati giapponesi ha osservato che i nuclei delle cellule di mammut mostrano attività biologica, ma è comunque difficile che da un esemplare conservato nel ghiaccio da decine di migliaia di anni si ottenga materiale idoneo alla clonazione.

Grazie ai progressi nelle tecnologie di estrazione e sequenziamento del DNA antico è però possibile ricostruire l’intero genoma di un animale estinto. Gli scienziati hanno, per esempio, già sequenziato il genoma di un mammut a partire dai suoi resti: potremmo dire che abbiamo così recuperato il “piano” per la sua costruzione. Con le tecniche di editing genomico, come appunto Crispr, si potrebbe allora provare a modificare il genoma di cellule prelevate da una delle specie viventi più affini ai mammut (per esempio gli elefanti), in modo da fare assomigliare il più possibile il genoma dell’elefante a quello dell’animale estinto. Una volta ottenute cellule di questo surrogato di mammut, si potrebbe procedere in modo simile alla clonazione per trasferimento nucleare, e l’embrione potrebbe svilupparsi attraverso una madre surrogata. Anche in questo caso si tratterebbe di una mamma elefante (anche se c’è già chi pensa alla possibilità di costruire un utero artificiale con cellule staminali). Al momento la de-estinzione del mammut, o della tigre della Tasmania, così come di qualunque altro animale con questi metodi, resta comunque solo nel campo delle ipotesi.

Incroci mirati

Una strategia per la de-estinzione alternativa alla clonazione è il cosiddetto back-breeding, ovvero la possibilità di fare incroci mirati per selezionare un animale di aspetto simile a quello di una specie estinta. Per esempio l’uro, l’animale da cui derivano i nostri tori e vacche e che i nostri antenati ritraevano nelle pitture rupestri.

Il principio del back-breeding è utilizzato da sempre dagli allevatori per ottenere un animale dalle caratteristiche ottimali per la domesticazione. In questo caso, invece, chi vuole riportare l’uro nelle praterie europee lavora incrociando mucche e tori che conservano alcuni dei caratteri tipici del loro progenitore. Nel tempo, e con l’aiuto del DNA a fare da guida agli incroci, sarebbe possibile ottenere, se non un vero uro, qualcosa che almeno esteriormente sembri tale.

Un altro esempio di specie che si potrebbe provare a de-estinguere con questo metodo è il quagga, una sottospecie della zebra che si è estinta nel XIX secolo. Con il Quagga Project, cominciato nel secolo scorso, sono state allevate selettivamente zebre per ottenere individui simili, almeno nel mantello, al cugino estinto.

Pro e contro

La de-estinzione per il momento ha prodotto risultati limitati, ma, fattibilità tecnica a parte, è il momento di chiedersi a cosa possa servire. Tra i fautori di questo approccio, gli animali estinti di recente, ma anche quelli di un più lontano passato, dovrebbero trovare un posto nell’ecosistema, e potrebbero avere un ruolo fondamentale per ripristinarlo. L’obiettivo potrebbe anche essere puramente simbolico, considerando il fatto che fra gli animali che si sta provando a de-estinguere ce ne sono di carismatici. Alcune tecniche di de-estinzione potrebbero essere impiegate anche per aumentare il numero di individui delle specie minacciate ma non ancora estinte. È di quest’anno la notizia di Elizabeth Ann, un furetto dai piedi neri clonato a partire da un campione di 30 anni fa e sviluppato in una madre surrogata di furetto domestico. La specie non è ancora estinta, e ora ha un membro in più. Conservazione a parte, l’impresa stessa, potrebbe portare a nuove scoperte scientifiche.

Per molti altri invece i progetti di de-estinzione sono problematici. Ammesso che sia possibile clonare un numero sufficiente di animali per formare una popolazione stabile (con uno o due esemplari si può dire che una specie sia, di fatto, ancora estinta), non ci sono certezze sui possibili effetti della loro reintroduzione in natura. Le estinzioni recenti spesso derivano dalla distruzione per mano umana di un habitat, e resuscitare una specie tra le tante non restituisce anche l’habitat. Ci si chiede allora se valga davvero la pena investire tempo e risorse nella resurrezione di una singola specie quando ancora facciamo troppo poco per rallentare l’estinzione di un innumerevole numero di specie minacciate, di cui siamo la causa.

Stefano Dalla Casa Giornalista e comunicatore scientifico, si è formato all’Università di Bologna e alla Sissa di Trieste. Scrive su Wired Italia, Il Tascabile e altre testate. Collabora con Pikaia, il portale italiano dell’evoluzione, dalla sua fondazione. Ha scritto col pilota di rover marziani Paolo Bellutta il libro di divulgazione Autisti marziani (Chiavi di lettura Zanichelli, 2014) e ha curato molti dei libri usciti in seguito nella stessa collana.

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