TORNA ALLE NEWS

John Snow e la nascita dell’epidemiologia

epidemiologia - la storia di john snow

Quando il colera mieteva vittime nella Londra vittoriana, un medico capì che la causa della diffusione della malattia non erano i miasmi, come pensavano molti scienziati dell’epoca, ma l’acqua contaminata. John Snow fu probabilmente uno dei primi “contact tracer” della storia, anche se le sue intuizioni sul colera furono validate decenni dopo la sua morte.

L’attuale pandemia ci ha abituati a termini ed espressioni tipiche dell’epidemiologia. Tra queste c’è anche il cosiddetto “contact tracing”, cioè la pratica di raccogliere informazioni da e sulle persone colpite da una malattia infettiva nel tentativo di risalire all’origine dell’infezione e bloccarne la diffusione. Uno dei primi esempi di contact tracing, e forse il più famoso, risale alla metà dell’Ottocento. L’oggetto dell’indagine erano i malati di colera a Londra. Sebbene la malattia fosse nota da tempo, gli scienziati non erano concordi né sulle cause né sulla trasmissione.

Una malattia pandemica

Oggi sappiamo che il colera è causato dal batterio Vibrio cholerae, che ebbe origine probabilmente nel subcontinente indiano e a partire dall’Ottocento cominciò a diffondersi in tutto il mondo, tanto che nel 1846 stava cominciando la terza pandemia di colera. Dalla Russia all’America, si registravano gravi epidemie, ma la microbiologia come disciplina ancora non era nata e non si sapeva che i microbi fossero la causa della malattia.

I medici erano soliti attribuire il colera (e molte altre malattie infettive, peste inclusa) ai miasmi, cioè l’aria malsana che per esempio esalava dalle paludi o dalla materia organica in decomposizione. Non la pensava così un medico londinese di nome John Snow. Secondo Snow, le epidemie di colera in città dipendevano dal consumo di acqua contaminata dalle feci di persone infette e non dall’aria cattiva. Snow aveva già messo nero su bianco la sua ipotesi nel libro intitolato “On the Mode of Communication of Cholera e pubblicato nel 1849 al termine di una grave epidemia. Ma fu la seconda edizione di quel volume, quella uscita nel 1855, a diventare famosa. Quando Snow la pubblicò, vi inserì i dati delle sue indagini sul campo su una nuova epidemia di colera: dall’autunno del 1853, infatti, la malattia era tornata in città.

Il grande esperimento

Nel 1849 Snow aveva puntato il dito in particolare su due compagnie idriche, la Lambeth e la Southwark and Vauxhall, che portavano l’acqua nei quartieri meridionali di Londra prelevandola direttamente dal Tamigi. Peccato però che la città fosse priva di un sistema fognario, e che quindi i liquami finissero direttamente nello stesso fiume, senza alcun trattamento preventivo.

Dal 1852 la Lambeth aveva cominciato a prelevare l’acqua da serbatoi che si trovavano diversi chilometri più a monte, lontano dagli scarichi cittadini, e a usare dei filtri nei suoi stabilimenti. Quando il colera si ripresentò, Snow intravide che vi erano le condizioni per quello che chiamò il suo “grande esperimento”.

Consultando i registri cittadini, cominciò ad annotare quali e quante persone si approvvigionavano da ciascuna delle due fonti idriche, una a valle e una a monte degli scarichi, una priva di filtri e una invece filtrata. Al termine della raccolta dei dati, il suo campione comprendeva circa 300.000 persone. Grazie a questa analisi, realizzò che durante l’epidemia del 1853-54 la probabilità di morire di colera era molto più alta tra chi utilizzava l’acqua fornita dalla Southwark and Vauxhall, cioè contaminata del Tamigi, rispetto a chi usava quella fornita dalla Lambeth, più a nord dello scarico e filtrata.

La fontana di Broad Street

Ma non è questa la scoperta per cui Snow è entrato nella leggenda. Nell’estate del 1854 l’epidemia colpì violentemente anche a nord del Tamigi, per la precisione a Soho, dove era situato il suo stesso studio medico. Le vittime si concentravano nella zona di Broad Street e Snow sospettò che all’origine del contagio vi fosse una fontana pubblica, alimentata da un pozzo.

Snow provò ad analizzare l’acqua, ma con i mezzi dell’epoca non riuscì a provare che fosse contaminata. Eppure, ricostruendo i contatti dei malati e delle vittime (in seguito disegnò anche una famosa mappa), era evidente un legame tra l’uso di quell’acqua e i casi di colera a Broad Street.

Viceversa, tendevano a non ammalarsi, o a sviluppare la malattia in una forma meno grave i dipendenti di una vicina birreria che, per realizzare i propri prodotti, usava sia l’acqua di un pozzo più profondo sia quella dell’acquedotto New River che attingeva al fiume Lea. Questo perché i dipendenti bevevano prevalentemente la birra che producevano, mentre non usavano la fontana vicina come le altre persone. La teoria dei miasmi, secondo la quale il colera viaggiava nell’aria, non avrebbe potuto spiegare queste differenze.

Secondo Snow, il pozzo che alimentava la fontana di Broad Street era stato contaminato in qualche modo, per esempio dai pozzi neri vicini, o dalle piogge che spargevano i liquami accumulati nelle strade. Riuscì a convincere le autorità a togliere la leva che azionava la pompa, mettendo quindi fuori uso la fontana: grazie a quell’intervento, in breve scomparve l’epidemia di Broad Street, che fino a quel momento aveva ucciso circa 600 persone.

Tra mito e storia

Snow è considerato uno dei padri fondatori dell’epidemiologia, ma diede anche importanti contributi allo sviluppo dell’anestesia. La seconda edizione del suo libro sul colera è entrata nella storia e, in parte, è merito suo se negli anni a venire il sistema fognario di Londra fu migliorato.

Sarebbe però un errore credere che un singolo scienziato, un genio solitario, abbia messo in crisi la teoria dei miasmi e svelato al mondo la vera natura del colera. Anche se le intuizioni di Snow erano fondate, il suo studio sulle epidemie londinesi non poteva essere considerato definitivo, dato che presentava diversi problemi metodologici. Di certo non aveva fermato l’epidemia di Broad Street facendo semplicemente togliere (o, secondo la leggenda, togliendo egli stesso) la leva di una pompa. La malattia in quel momento stava di fatto già scemando (anche perché gli abitanti della zona se ne stavano andando), altrimenti molto difficilmente quell’azione avrebbe inciso sul suo decorso. Si trattò di un gesto di portata limitata (come lo stesso Snow sapeva), ma sicuramente simbolico, perfetto per raccontare in modo accattivante gli albori del contact tracing.

Snow non era certo il solo a dubitare della teoria dei miasmi e, proprio nel 1854, il microscopista Filippo Pacini aveva descritto il batterio che causa il colera. Ma da queste osservazioni al consenso scientifico sulla natura delle malattie infettive, e del colera in particolare, passarono molti decenni. Louis Pasteur propose la sua teoria batterica delle malattie intorno al 1860, ma è solo alla fine dell’Ottocento, con gli studi di Robert Koch, che il legame tra le malattie e specifici microbi, colera incluso, diventò inconfutabile. Gli studi sul colera di Snow, che morì a 45 anni nel 1858 (due anni prima che finisse la terza pandemia) passarono per lo più inosservati fino all’inizio del secolo successivo, quando vennero riscoperti dall’epidemiologo William Thompson Sedgwick, che li trovò utili per l’insegnamento della sanità pubblica.

Il contributo di John Snow all’epidemiologia va comunque visto nella giusta luce: “Sì, il colera si trasmette con l’acqua, ma la scienza non consiste nell’avere ragione. La scienza è convincere gli altri della fondatezza di un ragionamento, e questo Snow non lo ha fatto. Ignorarlo offende la ricerca, e la stessa comunità scientifica alla quale Snow partecipava con passione” le parole del bioeticista Tom Koch. La realtà è che per far passare importanti innovazioni in medicina spesso occorrono più voci autorevoli nell’arco di almeno una generazione di medici e scienziati, affinché anche i più conservatori e meno aperti alle novità lentamente si convincano e facciano entrare nella propria visione e pratica clinica le teorie più corrette e i trattamenti più efficaci.

Stefano Dalla Casa Giornalista e comunicatore scientifico, si è formato all’Università di Bologna e alla Sissa di Trieste. Scrive su Wired Italia, Il Tascabile e altre testate. Collabora con Pikaia, il portale italiano dell’evoluzione, dalla sua fondazione. Ha scritto col pilota di rover marziani Paolo Bellutta il libro di divulgazione Autisti marziani (Chiavi di lettura Zanichelli, 2014) e ha curato molti dei libri usciti in seguito nella stessa collana.

share