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Epidemie e “capri espiatori”: il caso di Typhoid Mary

mary mallon, la storia di typhoid mary

Mary Mallon, una cuoca di inizio Novecento che contagiò con la febbre tifoide decine di persone, fu dipinta come un “mostro” e dai giornali dell’epoca fu soprannominata Typhoid Mary. Ai giorni nostri, nel corso della pandemia di Covid-19, in molti hanno ricordato la sua storia, stigmatizzando alcuni comportamenti. Tuttavia Mary Mallon non era un “mostro” e la sua storia, se conosciuta meno superficialmente, ha qualcosa da insegnarci.

Molte persone affette da Covid-19 sono completamente asintomatiche o sviluppano sintomi lievi o atipici e poco riconoscibili. In tali casi, la persona infetta è comunque contagiosa a sua insaputa, per un periodo più o meno lungo. Solo un test specifico, un cosiddetto tampone molecolare, può stabilire se il virus si sta riproducendo nelle sue cellule e con quale intensità. L’alta quota di pazienti asintomatici è uno dei motivi per cui la diffusione di questo virus e delle sue varianti è così difficile da contrastare.

Fin dalla prima ondata il ruolo degli asintomatici nella propagazione dell’epidemia di Covid-19 ha spinto gli esperti a menzionare un nome, Mary Mallon, meglio nota come “Typhoid Mary”, in italiano Mary tifoide. Si trattava di una cuoca di origine irlandese che la storia dell’epidemiologia ricorda per aver trasmesso la febbre tifoide a decine di persone a New York e per non aver rispettato le restrizioni cui era stata sottoposta, una volta individuata come contagiosa. Il messaggio sui social network, qualche mese fa, è stato più o meno questo: “Non fare come Mary tifoide, rispetta il distanziamento, indossa la mascherina, in caso di sintomi fai il test e appena possibile vaccinati. Nonostante le buone intenzioni, forse il paragone con un presunto “mostro” del passato non è stato il messaggio più adeguato per convincere qualcuno a rispettare le disposizioni e a seguire i suggerimenti. E la storia di Mary tifoide è molto più complessa di quello che l’hashtag #typhoidmary abbia potuto raccontare.

Da Mary Mallon a Typhoid Mary

Nell’agosto 1906 Mary Mallon viene assunta come cuoca dal banchiere Charles Henry Warren. Warren ha appena affittato una casa per le vacanze a Oyster Bay (Long Island) e la nuova cuoca segue la famiglia in villeggiatura. Tra la fine di agosto e l’inizio di settembre si ammalano sei delle undici persone presenti nella casa, tra famiglia e personale. La diagnosi è febbre tifoide, malattia causata da una variante (sierotipo) di salmonella enterica (Salmonella typhi), un batterio che si diffonde con il cibo e l’acqua. Inizialmente si pensa che a determinare il contagio sia stato il consumo di ostriche crude, piatto tipico della zona, come suggerisce anche il nome della località, ma l’epidemia rimane confinata nella casa estiva dei Warren. Nonostante le indagini, non si riesce a trovare una causa certa del contagio.

Questo mette in allarme George Thompson, il proprietario della casa, che teme di non riuscire più ad affittarla e che per questo assume George Soper, un ingegnere sanitario, per provare a risolvere il mistero sui contagi. Mary Mallon nel frattempo ha preso servizio altrove, e quando Soper scopre che è stata assunta poco prima del contagio a Oyster Bay, si concentra su di lei. Secondo l’agenzia a cui si appoggia per trovare gli impieghi, le referenze di Mallon sono ottime, ma Soper scopre che negli anni precedenti sono stati riscontrati casi di febbre tifoide in altre case facoltose dove è stata impiegata. All’inizio del 1907 Soper riesce finalmente a rintracciarla e sì, anche nella casa dove sta prestando servizio due persone si sono ammalate (e una bambina è morta) dopo il suo arrivo. L’ingegnere parla con la cuoca, le spiega cosa ha scoperto, e le chiede aiuto per provare la sua teoria, cioè che potrebbe essere lei la causa dei contagi.

La cuoca rifiuta sdegnosamente: non ha mai avuto la febbre tifoide, come è possibile che sia lei la causa delle epidemie? Soper prova a persuaderla con l’aiuto di un medico: le chiedono campioni di feci, sangue e urina, ma anche quel tentativo va a vuoto. L’ingegnere coinvolge allora le autorità sanitarie, con la conseguenza che Mallon viene arrestata e costretta a fornire i campioni. Nelle parole di Soper, l’esame delle feci rivela che la cuoca era praticamente una provetta vivente in cui i germi del tifo si moltiplicavano vigorosamente”.

Come li trasmetteva? La salmonella è espulsa attraverso le feci della persona infetta e, se questa non si lava accuratamente le mani dopo essere andata in bagno, i batteri finiscono per trasferirsi sulla loro superficie. Da qui può passare al cibo, ma è sufficiente la cottura a neutralizzare il pericolo (a patto che poi il cibo cotto non sia nuovamente manipolato da mani contaminate). Una delle specialità di Mallon è però il gelato alla pesca e si pensa sia proprio attraverso questo piatto (o comunque altre pietanze non cotte, o contaminate dopo la cottura) che sia avvenuto il contagio.

All’epoca non esistevano ancora gli antibiotici, quindi, così come non era possibile curare le vittime, non c’era modo di eradicare il batterio dal corpo della cuoca. Si era così deciso che Mallon dovesse rimanere in quarantena forzata, presso il Riverside Hospital sull’isola di North Brother. Viveva in isolamento in un bungalow sul terreno dell’ospedale e la sola compagnia che aveva era quella di un fox terrier.

Secondo arresto ed esilio

Mary Mallon fu di fatto imprigionata senza processo e studiata come fosse un animale da laboratorio. In questo periodo, sui giornali, iniziò a comparire il soprannome Typhoid Mary. Ma nemmeno all’epoca tutti erano concordi che la soluzione individuata fosse la più efficace e c’era chi simpatizzava con la sua condizione. La sfortunata giunse persino a denunciare il Dipartimento della salute, visto che stando al referto di alcune analisi condotte presso un laboratorio privato, sembrava essersi liberata dal batterio. A questo proposito c’è un piccolo “giallo”: chi aveva aiutato finanziariamente Mary in questa causa? Un’ipotesi è che si sia trattato del magnate dell’editoria William Randolph Hearst, che – ironicamente – era proprietario del giornale che aveva coniato il nomignolo.

La causa fu rigettata, ma qualche tempo dopo, nel 1910 (dopo quasi tre anni di prigionia), il Dipartimento della salute di New York concesse a Mary Mallon di tornare libera. Doveva però rispettare una condizione importante: non avrebbe mai più potuto cucinare, se non per se stessa. Ciò nonostante, dopo pochi anni, Mallon ricominciò a fare quello che sapeva fare meglio – cucinare, appunto – e di fatto le epidemie ricominciarono. Questa volta però sapeva di essere controllata, e così si servì di nomi falsi e cambiò lavoro spesso. Nel 1915 fu nuovamente catturata e rispedita in via definitiva sull’isola. Morì di polmonite nel 1938 a 69 anni, 26 dei quali (considerando anche la prima quarantena) passati in isolamento.

Ma non era un mostro

Cosa renderebbe Mary Mallon un “mostro” degno di un nomignolo ripugnante come Typhoid Mary? Il fatto che sapesse di essere contagiosa, ma ciò nonostante avesse continuato a lavorare come se niente fosse. Una vera e propria untrice di inizio Novecento, la cui storia per qualcuno può fungere da monito anche per ricordare i comportamenti più protettivi da adottare, per sé e per gli altri, finché la pandemia di Covid-19 non sarà terminata.

Mary Mallon però era stata accusata di essere una portatrice sana, un’asintomatica, quando persino tra i medici questo era un concetto nuovo, tanto che si trattava, almeno per quanto riguarda la febbre tifoide, del primo caso documentato negli Stati Uniti. Non deve stupire che credesse, come la grande maggioranza della popolazione, che una persona sana (e lei ne aveva l’aspetto) fosse innocua.

All’inizio del Novecento, inoltre, c’era un concetto di igiene molto diverso da quello dei giorni nostri. La teoria dei germi era stata accettata da poco, così come l’importanza del lavaggio accurato delle mani in ambito ospedaliero. E tra i cittadini l’importanza di queste scoperte basilari non era certo molto diffusa. In altre parole, Mary Mallon di sicuro non era la cuoca “più sporca del mondo”: la sua categoria non era ancora stata educata al fatto che mani apparentemente pulite possono in realtà essere un pericolo mortale.

Ma come giustificare allora il suo comportamento dopo il rilascio? Aveva promesso di non avvicinarsi più al cibo altrui e invece lo fece, tentando poi di non farsi catturare. Al momento del rilascio, dopo tre anni di separazione dal mondo, Mallon aveva 41 anni e doveva guadagnarsi da vivere da sola, come aveva sempre fatto da quando era arrivata dall’Irlanda (a 15 anni). Le trovarono lavoro in una lavanderia, ma guadagnava molto meno di quando era cuoca, una professione nella quale era esperta e che le dava soddisfazione, oltre a permetterle di vivere nelle belle case dei suoi ricchi clienti. Aveva insomma dovuto abbandonare i pochi agi che era riuscita a conquistarsi all’interno della propria classe sociale. Questo è il motivo per cui, dopo qualche anno, ruppe il patto.

Non solo: raramente si ricorda che Mary Mallon non era l’unico portatore sano di febbre tifoide a New York, né il più contagioso. Dopo di lei ne sono stati individuati altri 400 (tra i quali persino il proprietario di un panificio che, come Mallon, non rispettò le restrizioni) e nessuno di loro fu sottoposto alle misure draconiane imposte alla cuoca, che era povera, poco istruita, emigrata e per di più donna. Le vittime dei contagi che provocava, invece, erano tutte benestanti (eccetto il personale di servizio) e anche questo può spiegare perché proprio lei fosse stata identificata.

Mary Mallon ha certamente fatto delle scelte incaute, e le sue azioni hanno portato alla morte di almeno tre persone, ma è stata giudicata molto più duramente di quanto meritasse. Forse, come suggerisce la storica della medicina Judith Walzer Leavitt nel libro Typhoid Mary: Captive to the Public’s Health (1996), le cose sarebbero potute andare diversamente se le autorità sanitarie avessero comunicato meglio con lei, mostrando comprensione per la sua condizione, anziché usare il suo caso per rivendicare quanto la salute pubblica fosse da considerarsi più importante del rispetto dei diritti individuali.

Nella storia delle epidemie ci sono alcune cose che non cambiano mai e una è la ricerca dei capri espiatori. Chi è che sta diffondendo il contagio nella mia città o nel mio Paese? Si tende a cercare dei responsabili, ben riconoscibili, su cui concentrare la colpa. In questo, ovviamente, non siamo neutrali: abbiamo già un’idea di chi siano i colpevoli, che cosa facciano e come dovrebbero essere puniti. Nulla di tutto questo però aiuta a fermare o rallentare il contagio, le cui cause sono numerose e sistemiche. Come scriveva Leavitt nel “lontano” 2004, la storia di Mary Mallon in questo senso ci può effettivamente insegnare qualcosa sull’oggi e prepararci al domani: “Il conflitto tra le priorità concorrenti delle libertà civili e della salute pubblica non scomparirà, ma possiamo lavorare per sviluppare linee guida per la salute pubblica. Le persone che possono mettere in pericolo la salute degli altri saranno più disponibili a cooperare con le autorità che cercano di arginare la diffusione di una malattia se la loro sicurezza economica verrà garantita e se saranno convinti di essere trattati giustamente. Politiche eque, applicate con la conoscenza della storia, dovrebbero produrre pochissimi prigionieri per la salute pubblica”.

Stefano Dalla Casa Giornalista e comunicatore scientifico, si è formato all’Università di Bologna e alla Sissa di Trieste. Scrive su Wired Italia, Il Tascabile e altre testate. Collabora con Pikaia, il portale italiano dell’evoluzione, dalla sua fondazione. Ha scritto col pilota di rover marziani Paolo Bellutta il libro di divulgazione Autisti marziani (Chiavi di lettura Zanichelli, 2014) e ha curato molti dei libri usciti in seguito nella stessa collana.

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