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La scienza dell’innamoramento

San Valentino - La scienza dell'innamoramento

Come funzionano, per la scienza, l’amore e l’attrazione? Ecco cosa ne sappiamo, a suon di molecole, in occasione di questo 14 febbraio, giorno di San Valentino

No, non esiste una formula chimica o matematica che possa descrivere l’amore, o l’attrazione che proviamo verso qualcuno. Tuttavia, alcuni ricercatori provano da tempo a farsi un’idea più chiara di cosa succede nel nostro corpo quando questi fenomeni si manifestano. Con risultati, nel campo della biologia, che rispondono a tanti perché sui nostri comportamenti e soprattutto sulle sensazioni che proviamo quando qualcuno ci piace.

In occasione di questo San Valentino, cogliamo la palla al balzo per una rassegna di curiosità sui principali (anche se invisibili) protagonisti che ci conducono attraverso le fasi di questo “viaggio”: ormoni e neurotrasmettitori.

Estrogeni, testosterone e desiderio

Pur non trattandosi di una scienza esatta, la biologia dell’amore è stata descritta per convenzione in tre fasi: il desiderio, l’attrazione e l’attaccamento, ciascuna regolata dal suo insieme di stimoli e molecole in gioco.

Nella prima fase, che risponde di fatto alla necessità della gratificazione sessuale, la cosiddetta libido, a farla da padrone sono estrogeni e testosterone, ormoni che determinano, rispettivamente, le caratteristiche fisiche (o, in termini più scientifici, i caratteri sessuali secondari) tipicamente maschili, come la barba o il timbro più basso della voce, e femminili, tra i quali lo sviluppo del seno, per esempio, o di un bacino con una struttura più ampia.

La produzione di entrambi questi ormoni viene regolata dall’ipotalamo, una struttura posta internamente ai due emisferi del cervello che costituisce una vera e propria centralina per il sistema nervoso autonomo e per l’attività endocrina.

Dopamina, serotonina e attrazione

Nella seconda fase, l’attrazione, sono protagonisti i meccanismi cosiddetti della ricompensa. Sono quelli che ci spingono a pensare in modo ricorrente a qualcuno, e a provare sensazioni di euforia e un coinvolgimento che può sembrare quasi totalizzante nei confronti di una determinata persona.

Ad attivare questi meccanismi sono mediatori come dopamina, noradrenalina e serotonina. Si tratta di neurotrasmettitori, ovvero sostanze con specifici recettori in tessuti e organi raggiunti dal sistema nervoso. Li possiamo immaginare come “pallottole” che, una volta emesse in seguito a uno stimolo, agiscono sulle terminazioni nervose con effetti specifici.

In particolare i livelli di dopamina, prodotta dall’ipotalamo, e di noradrenalina (detta anche norepinefrina, un ormone con funzione anche da neurotrasmettitore) rivestono un ruolo importante per i meccanismi della ricompensa. Quando qualcuno ci piace o ci attrae sessualmente, questi livelli si alzano provocando sensazioni piacevoli di euforia, facendoci sentire più energici, meno bisognosi di mangiare o dormire. Inoltre, molto probabilmente agiscono anche sui livelli di attenzione e concentrazione e sulla memoria.

Sarebbe grazie a questi agenti che, in presenza di qualcuno che ci piace, tendiamo a focalizzarci sul “qui e ora”, isolandoci da qualsiasi altra cosa o persona potrebbe arrecare disturbo. Non a caso la noradrenalina è coinvolta in meccanismi cosiddetti di lotta o fuga(un’espressione forse usata più spesso nella sua forma inglese, “fight or flight”). Si tratta di meccanismi che ci consentono di essere scattanti e vigili quando siamo per qualche motivo in allerta.

Nel processo di attrazione calano invece i livelli di serotonina, un neurotrasmettitore direttamente coinvolto nella regolazione dell’umore e nelle emozioni. Curiosità: il meccanismo d’azione di quello che viene (erroneamente) chiamato “Viagra rosa” o “femminile”, un farmaco in corso di studio per il trattamento dei disturbi del desiderio sessuale nelle donne (più precisamente, il cosiddetto disordine ipoattivo del desiderio sessuale), non ha nulla a che vedere con la pillola blu per uso maschile e farebbe leva proprio su dopamina e serotonina. Il flibanserin – così si chiama il suo principio attivo – agisce infatti a livello centrale, cioè sul cervello, facilitando il rilascio di dopamina e noradrenalina e contrastando, invece, l’azione della serotonina.

Ossitocina e attaccamento

Viene spesso chiamata “l’ormone delle coccole” o, più in generale, “la molecola dell’amore” ma, come abbiamo visto, l’ossitocina non è l’unico mediatore coinvolto nel processo di avvicinamento o innamoramento tra due persone. Dal punto di vista chimico, si tratta di un ormone prodotto dall’ipotalamo, ed entra in gioco in una moltitudine di situazioni che non hanno apparentemente a che fare col tipo di amore cui si fa propriamente riferimento il giorno di San Valentino. Viene prodotta in quantità superiori al normale durante il travaglio, per esempio, determinando le contrazioni (e infatti, se necessario, viene somministrata in forma sintetica per indurre il parto), e inoltre promuove la produzione di latte dal seno.

Ma i livelli di ossitocina si impennano, in entrambi i sessi, anche durante il contatto fisico e l’atto sessuale e, nonostante si tratti di situazioni differenti rispetto a quella del parto e dell’allattamento, tutti questi momenti hanno un denominatore comune: sono precursori dell’attaccamento. L’ossitocina, insomma, è una delle sostanze prodotte nel momento in cui si forma un legame affettivo tra le persone.

Tuttavia le evidenze sperimentali che possediamo non permettono certo di ridurre la complessità dell’amore né a questa né alle altre molecole di cui si è parlato in questo articolo.

Alice Pace Giornalista scientifica freelance specializzata in salute e tecnologia, anche grazie a una laurea in Chimica e tecnologia farmaceutiche e un dottorato in nanotecnologie applicate alla medicina. Si è formata grazie a un master in giornalismo scientifico presso la Scuola superiore di studi avanzati di Trieste e una borsa di studio presso la Harvard Medical School di Boston. Qui su WonderWhy cura il piano editoriale. Su Instagram e su Twitter è @helixpis.

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