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Lessico minimo del mal di testa

Cefalea, emicrania, aura… e non solo. Un piccolo glossario per chiarire il significato delle parole che associamo al dolore alla testa.

Un cerchio alla testa, un dolore pulsante, una fitta insopportabile: le espressioni che utilizziamo per descrivere ciò che sentiamo quando abbiamo il mal di testa sono queste e molte altre. Forse non è un caso che vi siano tanti modi diversi di esprimere un disagio che può manifestarsi in una miriade di forme e derivare da un’ampia varietà di condizioni.

Il mal di testa è verosimilmente la forma di dolore più comune. Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità, oltre il 50 per cento della popolazione adulta ha sofferto almeno una volta all’anno di mal di testa.

Chi soffre di episodi ricorrenti o molto intensi di mal di testa può patire, oltre al disagio, anche di problemi personali e sociali importanti. Il mal di testa è infatti una delle principali cause della perdita di giorni di lavoro o di studio. I danni, oltre che professionali ed economici, riguardano anche il peggioramento della qualità della vita. Il disturbo da mal di testa, in definitiva, è non solo doloroso, ma può essere anche invalidante, tanto da rientrare fra le dieci principali cause di disabilità a livello globale.

Ciononostante, è ancora sottovalutato e spesso non è trattato. Solo una minoranza delle persone che ne soffre riceve infatti una diagnosi e una terapia. La stragrande maggioranza rimane invece inconsapevole o addirittura rassegnata a convivere con il problema, come se si trattasse di qualcosa di ineluttabile e da sopportare. Sia per l’andamento episodico, sia per il fatto di non essere mortale né contagioso, il mal di testa è infatti percepito come un problema non grave. Anche per questo è importante che i pazienti siano informati in proposito. Una paziente informata ha maggiori possibilità di ricevere una diagnosi corretta, di affrontare in modo efficace il disturbo e di migliorare la propria qualità della vita. A questo proposito, ecco una serie di termini utili a raggiungere una maggiore consapevolezza sul problema.

Mille e una cefalea

Con il termine cefalea ci si riferisce genericamente a un dolore localizzato all’altezza del capo e, talvolta, anche del collo, che può avere diverse cause. Le cefalee possono essere distinte in due grandi categorie: quelle primarie e quelle secondarie, per un totale di circa 150 tipi di disturbi, secondo la classificazione dell’International Headache Society, maggiormente condivisa dalla comunità scientifica. Si tratta del principale strumento di classificazione a disposizione dei medici per diagnosticare qualunque disturbo doloroso a carico del capo.

Le cefalee primarie riguardano la maggioranza dei casi e sono quelle in cui il dolore è la malattia: esso si presenta, cioè, in modo autonomo e non in conseguenza di un’altra condizione clinica. È il caso delle forme più diffuse della cefalea cosiddetta di tipo tensivo, della cefalea a grappolo e dell’emicrania. Quando invece il mal di testa si verifica come conseguenza di un altro disturbo o sintomo, per esempio la sinusite, la o l’ipertensione, abbiamo una cefalea secondaria, che è la manifestazione di una malattia sottostante.

Quando una cefalea è cronica?

Quando è riferito al dolore, il termine cronico descrive un fenomeno di lunga durata, che persiste o recidiva per un periodo superiore ai 3 mesi.

Le cefalee secondarie sono considerate croniche laddove il disturbo che le determina sia esso stesso cronico.

Salvo rare eccezioni, le cefalee primarie (che sono più spesso episodiche) si definiscono croniche qualora gli attacchi dolorosi si manifestino per più della metà del tempo per un periodo di oltre 3 mesi.

Grandi classici: la cefalea di tipo tensivo

La cefalea di tipo tensivo, detta anche muscolo-tensiva o da contrazione muscolare, è la più comune forma di mal di testa tra gli adulti ed è in genere descritta come “un normale mal di testa”. La prevalenza nella popolazione generale di almeno un episodio raggiunge in alcuni studi il 78 per cento. Si presenta quando la tensione muscolare nella regione posteriore del collo e nel cuoio capelluto provoca un dolore persistente e oppressivo che viene spesso descritto come una fascia che stringe fortemente il capo in maniera costante (non pulsata, per intenderci).

Le cause di questo tipo di cefalea non sono ancora chiare, ma si pensa che una postura scorretta, disturbi mandibolari (per esempio, anomalie nella masticazione), alti livelli di stress, la disidratazione e un sonno disturbato abbiano un ruolo decisivo. Per controllare questo tipo di cefalea sono tipicamente consigliati analgesici (FANS e paracetamolo) oppure farmaci miorilassanti.

Lame di dolore: la cefalea a grappolo

La cefalea a grappolo è più rara rispetto alla precedente e si manifesta con un dolore molto più intenso, descritto come insopportabile. Consiste in fitte spesso lancinanti a un lato del capo, oppure nella regione orbitale o alla tempia, a volte associate a lacrimazione, arrossamento di un occhio, congestione nasale, rinorrea (cioè naso che gocciola), irrequietezza. Il dolore è severo e la durata è variabile dai 15 minuti alle 3 ore.

Lo strano nome con cui è noto questo disturbo è legato alla frequenza delle crisi: gli attacchi di cefalea a grappolo tendono infatti a manifestarsi con una certa regolarità in determinati periodi dell’anno (fasi attive), concentrandosi appunto in “grappoli” di durata variabile (da 1 a 3 mesi), per poi lasciare spazio a periodi di remissione che possono durare mesi, ma talvolta anche anni.

Le cause della cefalea a grappolo sono sconosciute, ma gli studi effettuati finora suggeriscono la possibilità di un coinvolgimento dell’ipotalamo, “l’orologio biologico” del nostro corpo, il cui malfunzionamento potrebbe predisporre agli attacchi. Pur non rappresentando un rischio per la vita, questo tipo di mal di testa può comprometterne la qualità. Per questo è importante che chi ne soffre si affidi a uno specialista che possa suggerire una terapia efficace. In questo caso gli antidolorifici menzionati sopra non sono sufficienti, ma alcuni farmaci possono essere d’aiuto per attenuare il dolore. I più efficaci per “spegnere” l’attacco appartengono alla classe dei cosiddetti triptani: nello specifico può essere indicata l’iniezione sottocutanea di sumatriptan. Importanti benefici possono derivare, nel corso di un attacco, dalla somministrazione di una terapia a base di ossigeno puro, cioè per inalazione attraverso una maschera facciale: una pratica che può essere attuata ogni qualvolta sia necessario, senza particolari rischi.

Altre terapie puntano invece a prevenire l’insorgenza di una nuova serie di attacchi o comunque a diradarli.

A ritmo di emicrania

L’emicrania è un disturbo neurologico piuttosto comune, che coinvolge complessivamente tra 10 e il 20 per cento della popolazione generale. Colpisce prevalentemente le donne e, tipicamente, si manifesta per la prima volta nella fascia d’età compresa tra i 20 e i 50 anni. Come suggerisce il nome, il dolore – acuto e definito pulsante o martellante – tende a interessare un solo lato della testa o la parte anteriore, anche se non è raro che possa distribuirsi sui due lati. Può essere accompagnato da ulteriori sintomi: soprattutto nausea e vomito, fotofobia e fonofobia (l’ipersensibilità, rispettivamente, alla luce e ai rumori, anche qualora essi abbiano un’intensità/un volume normale). Inoltre a volte le persone che ne soffrono sono anche ipersensibili a ciò che concerne l’odorato e il tatto. Per questo chi è in preda a un attacco di emicrania è spesso costretto a isolarsi in un ambiente buio e silenzioso, al riparo, in generale, da ogni tipo di stimoli.

Un singolo attacco può permanere per ore, persino per giorni (si va da un minimo di 4 a un massimo di 72 ore) e impedire nella stragrande maggioranza dei casi di portare a termine anche le più banali attività quotidiane. Per questo motivo l’emicrania è considerata un disturbo molto debilitante, ben più della cefalea di origine tensiva, per esempio. Considerato poi che l’emicrania colpisce prevalentemente persone nel cuore dell’età fertile e lavorativa, essa può condizionare fortemente la qualità della vita, aumentando il rischio di problemi come ansia e depressione.

Le cause dell’emicrania non sono ancora note. La maggioranza delle persone alle prese con questo problema ha almeno un familiare nella stessa condizione, il che fa ipotizzare una predisposizione ereditaria. Per quanto riguarda l’insorgenza dell’attacco in sé, si tratta di una manifestazione patologica complessa, legata probabilmente a un’alterata eccitabilità cerebrale e ad anomalie nei circuiti centrali che veicolano gli stimoli del dolore. Esistono diverse ipotesi sulla fisiologia delle crisi: quella vascolare, per cui sarebbero coinvolti i vasi sanguigni meningei e il rilascio di sostanze proinfiammatorie capaci di attivare i nervi responsabili delle sensazioni dolorose; e quella cosiddetta neurogenica, legata al coinvolgimento delle terminazioni del nervo trigemino.

Non esiste una terapia standard per l’emicrania. In caso di dolore acuto, si può intervenire con antidolorifici di diverso tipo, ma per lo più si cerca di prevenire gli attacchi attraverso cure che possano ridurne l’intensità e la frequenza e che siano il più possibile su misura per i pazienti. Tali terapie dovrebbero tenere conto sia dei trigger, ovvero delle sostanze o delle circostanze scatenanti, sia delle particolari manifestazioni dell’emicrania nel singolo individuo, così come dello stile di vita (alimentazione, ore di sonno, movimento fisico, livelli di stress e via dicendo). Per la prevenzione degli attacchi, la ricerca si sta concentrando anche sullo sviluppo di anticorpi monoclonali, che a livello sperimentale sembrano avere già dimostrato una buona efficacia in pazienti colpiti dalle forme più gravi di emicrania.

Le stranezze dell’aura

Esistono vari tipi di emicrania e uno di essi, che interessa circa una persona colpita su quattro, è quello con aura. Che cos’è? Si tratta di un insieme di sintomi precoci, che anticipano solitamente l’attacco e che perdurano tipicamente per circa 20-30 minuti. Consistono in disturbi prevalentemente di tipo visivo. Prima del dolore, possono manifestarsi allucinazioni visive, percezione di immagini deformate, colori, lampi di luce, o l’oscuramento di una parte del campo visivo. L’aura può comprendere anche sintomi di altra natura, come per esempio una sensazione di formicolio o di punture di spillo in corrispondenza degli arti, un senso di debolezza o intorpidimento e difficoltà a parlare.

 

Alice Pace
Giornalista scientifica freelance specializzata in salute e tecnologia, anche grazie a una laurea in Chimica e tecnologia farmaceutiche e un dottorato in nanotecnologie applicate alla medicina. Si è formata grazie a un master in giornalismo scientifico presso la Scuola superiore di studi avanzati di Trieste e una borsa di studio presso la Harvard Medical School di Boston. Qui su WonderWhy cura il piano editoriale. Su Instagram e su Twitter è @helixpis.
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