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Lo stato delle acque balneabili in Europa

Come stanno le acque costiere europee? Uno sguardo agli ultimi dati sulla qualità delle acque, la depurazione e la gestione dei reflui, con un occhio al loro impatto sulla nostra salute.

Le acque costiere europee sono piuttosto in salute, e la loro qualità è notevolmente migliorata negli ultimi anni, soprattutto se confrontata con i valori registrati negli anni Novanta. Secondo i rilevamenti dell’Agenzia europea dell’ambiente, infatti, ben l’85 per cento dei siti di balneazione in Europa è stato valutato “di qualità eccellente” e il 95 per cento soddisfa i requisiti minimi per essere definito di “qualità sufficiente” (si è passati dal 74 per cento del 1991 al 95 per cento del 2003). Di contro, il numero di quelli considerati “scarsi” si è attestato all’1,3 per cento, registrando una leggera diminuzione rispetto (per esempio) al 2013, quando il dato era del 2 per cento. Questi risultati testimoniano che le regole sul monitoraggio e la gestione delle acque introdotte dalle normative ambientali europee hanno funzionato, portando a una drastica riduzione delle acque reflue urbane e industriali non depurate che finiscono in mari, laghi e fiumi.

Cosa ci dicono i dati

I siti di balneazione cui fanno riferimento gli ultimi dati disponibili, rilevati nel 2019 e pubblicati nel corso del 2020, sono stati 22.295 (di cui 21.981 si trovavano nei 28 Stati membri dell’Ue, Regno Unito incluso), 164 in più rispetto all’anno precedente e 813 in più rispetto alla stagione balneare 2015. Anche l’Albania e la Svizzera hanno monitorato e comunicato dati sulla qualità delle acque delle località di balneazione del proprio territorio e tali dati sono inclusi nella valutazione, che ha analizzato sia le acque costiere sia quelle delle sponde dei bacini idrici interni, come laghi e fiumi. È stata quindi stilata una classifica di qualità dei siti di balneazione per Paese: i primi posti sono occupati da Cipro, Austria e Malta, mentre agli ultimi ci sono Slovacchia, Albania e Polonia.

In linea con la media europea, l’88,4 per cento delle località italiane monitorate è stato valutato di “qualità eccellente” (un valore uguale a quello di Spagna e Danimarca e superiore a quello di Lituania e Finlandia), il 5,9 per cento di “qualità buona”, il 2,5 per cento di qualità “sufficiente” e l’1,8 per cento di qualità “scarsa”. Cosa ci dicono questi numeri? Sicuramente che il monitoraggio e gli investimenti negli impianti di trattamento delle acque reflue urbane permettono ai cittadini di poter beneficiare dei siti di balneazione in maniera più sicura rispetto al passato. Lo dimostra anche il costante aumento delle cosiddette Bandiere Blu nel nostro paese, un riconoscimento assegnato alle località turistiche balneari che rispettano criteri relativi alla gestione sostenibile del territorio.

Acque reflue e tutela della salute

Nonostante la tendenza positivo, non si può però affermare che tutti i problemi sulla gestione delle acque siano risolti. Anzi, il nostro Paese continua a essere tra quelli con il maggior numero di infrazioni delle normative europee per quanto riguarda il trattamento delle acque reflue: una questione di cruciale importanza, poiché una scarsa depurazione delle acque, e il conseguente inquinamento di quelle di balneazione, espone a diversi rischi per la salute.

Secondo le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità relative agli ambienti acquatici ricreativi, infatti, in questi spazi possono proliferare virus, batteri, protozoi e funghi, nonché sostanze come fosfati e nitrati capaci di aumentare il rischio di eutrofizzazione delle acque. Su questo punto, l’Istituto superiore di sanità sottolinea una certa criticità all’interno della stessa direttiva europea sulle acque di balneazione.

Nello specifico, la presenza di batteri fecali come E. coli ed enterococchi intestinali, legata di solito all’inquinamento delle acque reflue dovuto all’allevamento di bestiame, può provocare disturbi di stomaco e diarrea. I siti di balneazione classificati come “scarsi” dovrebbero essere pertanto chiusi per tutta la stagione balneare.

Diverso è il discorso per la presenza di virus, su cui le informazioni sono più lacunose e complesse da gestire. In merito a Sars-Cov-2, l’esempio ovviamente più attuale, non ci sono prove certe a oggi che l’agente patogeno possa essersi trasmesso tramite sistemi fognari con o senza trattamento delle acque reflue, ma la sorveglianza rimane ovviamente attiva.

In Italia, secondo la Commissione europea, ci sarebbero 620 agglomerati distribuiti in sedici regioni che da ben tredici anni violano le norme europee sulla raccolta o trattamento delle acque reflue urbane. Non solo, ma secondo i dati Istat, aggiornati al 2015, poco più del 44 per cento dei comuni italiani è dotato di un impianto di depurazione adeguato agli standard imposti dall’Unione, mentre in 342 comuni, in cui risiedono circa 1,4 milioni di abitanti, il servizio di depurazione delle acque reflue urbane è totalmente assente. Inadempimenti che hanno un costo in termini di salute, ma anche economici, visto l’ammontare delle sanzioni dovute.

Rudi Bressa Giornalista ambientale e scientifico, collabora con varie testate nazionali e internazionali occupandosi di cambiamenti climatici, transizione energetica, economia circolare e conservazione della natura. È membro di Swim (Science writers in Italy) e fa parte del board del Clew Journalism Network. I suoi lavori sono stati supportati dal Journalism Fund e dalI’IJ4EU (Investigative Journalism for Europe).

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