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Michelangelo e i batteri: come restaurare coi microrganismi

Batteri che puliscono macchie secolari sulle cappelle medicee di Michelangelo, altri usati per restaurare affreschi e dipinti, altri ancora che li colonizzano.

Sono tante – e in alcuni casi sono diventate anche oggetto di studi – le occasioni di collaborazione tra gli esseri umani e alcune specie di batteri. Ma ce n’è una, recente e insolita, che riguarda in particolare un uomo illustre, un artista: Michelangelo Buonarroti. Un gruppo di restauratrici e ricercatrici di diversi istituti, tra cui ENEA e CNR di Firenze, ha cercato infatti aiuto in alcuni microrganismi per ripulire le tombe marmoree nella Sagrestia nuova di Firenze. Realizzate da Michelangelo per i duchi Giuliano de’ Medici e Lorenzo de’ Medici (no, non il Magnifico ma un suo nipote omonimo), le tombe erano da cinque anni in restauro per rimuoverne le macchie nerastre formatesi nel tempo.

I batteri sono sperimentati ormai da diversi anni nei restauri di sculture, edifici, affreschi e quadri segnati dal tempo, da restauri precedenti o da altri batteri. Le opere d’arte possono infatti essere esse stesse habitat di colonie batteriche, benefiche o dannose per la loro conservazione.

Il restauro batterico delle tombe medicee

Tutto comincia con un omicidio. Alessandro de’ Medici, figlio di Lorenzo de’ Medici duca di Urbino, viene assassinato nel 1537 e sepolto nella tomba in cui riposa il padre, realizzata appunto da Michelangelo nella fiorentina Sagrestia nuova. Come ha raccontato al New York Times Daniela Manna, una delle restauratrici, il corpo di Alessandro potrebbe essere il “colpevole” delle macchie, in quanto fu sepolto senza essere eviscerato. Dalle analisi a spettroscopia infrarossa condotte dal Cnr sul sarcofago di Lorenzo, nel novembre del 2019, è infatti risultato che le macchie erano composte di calcite, silicati e materiale organico riconducibile alla decomposizione del cadavere.

Le ricercatrici hanno quindi pensato di mettere in azione i batteri. Quasi mille colture batteriche diverse sono state messe alla prova in laboratorio, per selezionare le più adatte a un restauro che non danneggiasse il marmo. Dopo aver scelto le undici specie che sembravano più promettenti, queste sono state testate proprio dentro la Sagrestia. Sul marmo, dietro l’altare, la squadra ha inciso una scacchiera di venti quadrati, una sorta di “palette” sulla quale applicare le diverse colture batteriche una isolata dall’altra. Hanno potuto così osservare l’azione sul campo di ciascuna e individuare i microrganismi più adatti al lavoro.

Ci sono voluti poi due giorni di lavoro perché le ricercatrici potessero applicare i tre tipi di batteri selezionati su tutte le superfici, grazie a un particolare gel che conteneva le colture batteriche e garantiva adeguate condizioni di umidità e consistenza. In questo modo è entrato in azione, in particolare, il batterio Serratia Ficaria SH7, che ha ripulito l’intero monumento di Lorenzo de’ Medici. Nel frattempo Pseudomonas stutzeri CONC11 e Rhodococcus sp. ZCONT si occupavano dell’altra tomba, quella di Giuliano duca di Nemours, e nello specifico di alcuni residui sui capelli e le orecchie della statua della Notte. Nel corso di due giorni le macchie erano sparite dalle cappelle medicee.

La bio-pulizia sui dipinti

Anche se la notizia dei batteri sulle opere di Michelangelo è eclatante, da tempo i ricercatori nel campo del restauro lavorano su queste tecniche di bio-pulizia. Già dieci anni fa, studiosi della Statale di Milano avevano provato a pulire parte di alcune guglie del Duomo con un microorganismo. Più di recente, nel 2019, ricercatori e restauratori delle università del Molise, di Pisa e di Como hanno scelto Pseudomonas stutzeri A29, “parente” di uno dei tre batteri impiegati a Firenze, per ripulire l’affresco Incarnato dei fratelli Riminaldi, all’interno della cupola della cattedrale di Pisa, e una tela, Cristo che salva Pietro dalle acque di Giovanni Lanfranco, conservata ai Musei Vaticani. Come descritto in dettaglio sul Journal of applied microbiology, l’intento era rimuovere dai dipinti alcuni lipidi e proteine, residui di passati restauri, che stavano alterando lo stato delle opere. I restauratori hanno applicato sulla superficie delle garze con gel d’agar, un gelificante naturale, popolato per l’occasione dal microrganismo che ha fatto – letteralmente – il lavoro sporco.

Dipinti come ecosistemi

Come abbiamo visto, le opere d’arte possono essere albergo di sostanze organiche dalla storia più varia, che i vari restauratori si preoccupano di rimuovere. Ma, come spiegato dai ricercatori dell’Università di Ferrara sulla rivista scientifica PLOS, una tela può ospitare anche diverse comunità batteriche. La tela, in questo caso, era L’incoronazione della vergine di Carlo Bonomi, un artista del Seicento, analizzata su entrambi i lati per capire quali batteri la abitassero e dunque quali potessero metterne a rischio l’integrità nel tempo. I batteri infatti si nutrono anche di alcuni pigmenti organici impiegati dai pittori.

Una volta selezionate le aree campione del dipinto, e analizzata la composizione chimica dei pigmenti, i ricercatori hanno strofinato la superficie delicatamente con un tampone di rayon sterile, poi studiato al microscopio. È così che hanno trovato specie di batteri diverse, a seconda delle aree e dei pigmenti. In particolare vi erano Staphylococcus e Bacillus, e poi funghi, specie di Penicillium sui marroni e specie di Cladosporium sui gialli. L’esposizione alla luce del quadro, la temperatura, l’umidità e i nutrienti contenuti nei pigmenti sono le condizioni che determinano micro-ecosistemi diversi, dove abitano colonie di microrganismi differenti.

Per evitare che questi mangino, nel vero senso della parola, parti del dipinto, i ricercatori hanno trovato un alleato: alcuni bacilli, che possono fare da argine al proliferare degli altri microrganismi antagonisti. Forse ancora ci stupiamo per i batteri nello spazio, ma anche tra le opere del Rinascimento, del Barocco e così via, c’è più vita di quanto immaginassimo.

Giancarlo Cinini Dopo aver studiato lettere e comunicazione della scienza ed essersi formato scrivendo per Galileo, Wired Italia e La Repubblica, oggi collabora con Il Tascabile e insegna lettere in un istituto superiore.

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