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Qualche risposta sulla vitamina D

A cosa serve e come si fa ad assumerla? Quello che c’è da sapere sulla vitamina D, una sostanza le cui proprietà sono state oggetto di dibattito anche sul fronte Covid-19.

Non ci sono attualmente evidenze scientifiche per sostenere che la vitamina D protegga dall’infezione di Sars-Cov-2. Lo ha messo nero su bianco la rivista Lancet Diabetes & Endocrinology e lo ha ribadito anche il Ministero della salute che, nell’ultimo documento sulla gestione domiciliare dei pazienti, ha sottolineato che non esistono, per il momento, evidenze solide e incontrovertibili, derivanti cioè da studi clinici controllati, che provino l’efficacia di qualsiasi tipo di supplementi vitaminici e integratori alimentari contro questa malattia. Il loro utilizzo non è quindi raccomandato a scopo preventivo o terapeutico, e sono necessari ulteriori studi per confermare o meno una eventuale utilità dell’integrazione di vitamina D per difendersi dal nuovo coronavirus.

Vitamina D, amica delle ossa

La vitamina D (la forma attiva è il calcitriolo) è un ormone che produciamo grazie all’esposizione al sole, in particolare ai raggi UVB, e che, in piccole quantità, assumiamo con la dieta.

È importante per la nostra salute perché regola l’assorbimento del calcio e del fosforo e, di conseguenza, ha un ruolo chiave per la formazione e la mineralizzazione delle ossa, agisce sul sistema immunitario e garantisce una corretta contrazione dei muscoli. Una sua carenza può causare il rachitismo nei bambini e ossa fragili o deformi negli adulti.

Si cominciò a parlare di integrazione della vitamina D proprio quando, negli anni Venti del secolo scorso, ne fu scoperto il ruolo protettivo contro il rachitismo.

In generale, il modo più efficace per raggiungere un apporto sufficiente di vitamina D è una sana vita all’aperto, perché l’esposizione ai raggi solari ne attiva la sintesi. L’alimentazione è considerata una fonte importante ma insufficiente, poiché la vitamina D è presente solo in quantità modeste in alcuni cibi, come il salmone, il pesce azzurro, il latte e i latticini, il tuorlo d’uovo, la carne di maiale, il fegato di manzo e l’olio di fegato di merluzzo.

Le linee guida per una sana alimentazione del Crea, il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria, che si occupa nel nostro Paese anche di questioni relative alla nutrizione, indicano che camminare all’aria aperta (anche e soprattutto per le persone anziane) sia il modo migliore per garantirsi il fabbisogno necessario di questa vitamina. Questo vuol dire che, salvo accertate carenze, non serve ricorrere all’integratore.

Per fare scorta di vitamina D non si deve però mettere al bando l’uso delle creme protettive, i cosiddetti filtri solari, importanti per evitare i danni che possono provocare tumori della pelle. La protezione solare non blocca totalmente i raggi ultravioletti per cui non impedisce la sintesi di vitamina D.

Vitamina D, sì ma quanta?

Come riferisce l’Agenzia italiana del farmaco, sono considerati fisiologici, “normali”, desiderabili, i valori di vitamina D compresi tra 20 e 40 nanogrammi (dove un nanogrammo corrisponde a un miliardesimo di grammo) per millilitro. In presenza di specifiche condizioni di rischio, il medico può richiedere di eseguire il dosaggio della vitamina D – in altre parole, un esame del sangue che misura in particolare i livelli di 25-idrossivitamina D3 (25-OH-D3), che è la quota predominante di vitamina D presente nella popolazione normale – per valutarne il livello nell’organismo. Solo in caso di documentata carenza, ha senso ricorrere all’integrazione farmacologica.

Diverso, invece, è il caso delle persone anziane che vivono in casa di riposo, nelle residenze sanitario-assistenziali, delle donne in gravidanza o che allattano, o dei pazienti con osteoporosi o con osteopatie che non possono ricorrere a terapie remineralizzanti: per tutte queste categorie l’integrazione della vitamina D è suggerita indipendentemente dai risultati del dosaggio, così come è raccomandata l’integrazione di vitamina D nei lattanti.

Integrazione farmacologica: no al fai da te

Su questo fronte è sempre bene evitare il “fai da te”, poiché gli integratori potrebbero interferire con altri farmaci eventualmente assunti oppure portare a un sovradosaggio di vitamina D, una condizione che può nuocere alla salute, nello specifico a quella delle ossa, aumentando il rischio di cadute e fratture.

Nel 2014, l’allora direttore dell’Agenzia italiana del farmaco definiva la vitamina D un “sorvegliato speciale”, per la tendenza di crescita delle vendite e per la possibilità di un uso inappropriato da parte dei pazienti, denunciando l’utilizzo generalizzato di vitamina D come non fondato su prove concrete. Per contrastare l’incremento di consumo di vitamina D riscontrato in Italia, l’Aifa ha rimesso in discussione le condizioni per la prescrizione a carico del Servizio sanitario nazionale dei farmaci a base di vitamina D, specificando dopo alcuni anni di lavoro in una nota ufficiale (la cosiddetta Nota 96, pubblicata a ottobre del 2019) che sono rimborsabili solo se necessari per la prevenzione e il trattamento di una sua carenza.

In Italia si riconosce dunque il rimborso per l’integrazione farmacologica a chi ha livelli di vitamina D inferiori a 20 ng/mL e manifesta sintomi di ipovitaminosi (astenia, mialgie, frequenti cadute immotivate), in caso di iperparatiroidismo secondario alla carenza di vitamina D, a chi segue una terapia di lunga durata con farmaci che interferiscono con il metabolismo della vitamina D (come antiepilettici, glucocorticoidi, antiretrovirali, antimicotici) e a pazienti con fibrosi cistica, celiachia, morbo di Crohn o che si sono sottoposti alla chirurgia bariatrica, perché queste condizioni possono causarne malassorbimento.

Dopo un anno dall’applicazione della Nota 96, l’Aifa ha documentato una riduzione dei consumi e della spesa per integratori di vitamina D di oltre il 33 per cento (circa 110 milioni di euro in termini assoluti), con un risparmio medio mensile stimato in oltre 9,1 milioni di euro. A ridurre il consumo sono state soprattutto le donne nella fascia di età 40-50 anni.

Simona Regina Giornalista professionista, lavora come freelance nel campo della comunicazione della scienza. Scrive di salute, innovazione e questioni di genere e al microfono incontra scienziati e scienziate per raccontare sfide e traguardi della ricerca. People Science & the City è tra le trasmissioni che ha curato e condotto su Radio Rai del Friuli Venezia Giulia. Elogio dell’errore la sua ultima avventura estiva. Su Rai Play Radio il podcast che ha realizzato per Esof2020 che racconta Trieste città europea della scienza: Magazzino 26. Ogni anno si unisce all’equipaggio del Trieste Science+Fiction Festival per coordinare gli Incontri di futurologia, quest’anno approdati sul web come Mondofuturo.

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