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Il medico che ci insegnò a lavarci le mani

La storia di Ignáz Semmelweis, che nell’Ottocento capì che lavarsi le mani poteva aiutare a prevenire i casi di febbre puerperale.

Lavarsi le mani è molto più di una buona abitudine o una questione di buona educazione. Con acqua corrente, sapone e 20 secondi di impegno possiamo difendere la nostra salute e quella di chi ci circonda. Questo valeva prima della pandemia di Covid-19, e continuerà a valere dopo.

La dimostrazione scientifica del valore clinico di questa lezione elementare sull’igiene viene da un medico ungherese dell’Ottocento. Si chiamava Ignáz Semmelweis e il suo contributo alla scienza fu comprendere che il lavaggio delle mani poteva prevenire i casi di febbre puerperale, la spesso mortale conseguenza del parto in condizioni di scarsa igiene. All’epoca non esistevano dati sufficienti a confermare le sue intuizioni, ciò nonostante dopo la sua morte è stato ricordato come il salvatore delle madri. Raccontiamo la sua complessa storia in occasione della Giornata mondiale dell’igiene delle mani, promossa dall’Onu, e della Giornata mondiale delle ostetriche, entrambe celebrate il 5 maggio di ogni anno.

Le due cliniche

Nel 1846 Ignaz Semmelweis si era da poco specializzato in ostetricia quando cominciò a lavorare all’ospedale generale di Vienna, allora parte dell’Impero austriaco, e si trovò di fronte a un mistero. L’ospedale aveva due cliniche per accogliere le partorienti, ma in una le donne morivano molto più spesso. La causa della morte era la febbre puerperale, cioè un’infezione dell’utero che all’epoca non si poteva curare. Non esistevano gli antibiotici, anzi, non esisteva ancora nemmeno la teoria dei germi, quella che appunto ha attribuito ai microbi l’insorgenza di questo genere di malattie. Per capire perché nelle due cliniche la percentuale di letalità fosse diversa, Semmelweis cominciò a indagarne le differenze, esaminando una per una e in modo sistematico le possibili variabili.

Proprio in quel periodo il suo amico e collega Jakob Kolletschka morì, ammalandosi dopo che, per errore, uno studente di medicina lo aveva graffiato con un bisturi utilizzato per un’autopsia. I suoi sintomi assomigliavano in tutto e per tutto a quelli causati alle donne dalla febbre puerperale e la sfortunata morte dell’amico aiutò Semmelweis a venire a capo del mistero.

Nella clinica con una percentuale minore di mortalità, le donne in travaglio erano assistite da studentesse di ostetricia; nell’altra, invece, dagli studenti di medicina. Solo gli studenti di medicina eseguivano autopsie (spesso proprio di vittime di febbre puerperale) dopo le quali tornavano ad aiutare le madri a partorire. Semmelweis ipotizzò che gli studenti trasportassero sulle proprie mani quelle che definì particelle cadaveriche, capaci di causare la malattia una volta passate alle donne. Per questo impose agli studenti di lavarsi le mani con una soluzione di acqua e cloro prima di tornare dalle pazienti: i casi di febbre puerperale, e i decessi a essa collegati, furono quasi eliminati.

Il mito del “riflesso di Semmelweis”

Ignaz Semmelweis è morto nel 1865, a 47 anni, in un manicomio, forse impazzito dopo che nessuno nella classe medica aveva voluto riconoscere la validità delle sue idee. Tutti all’epoca credevano alla teoria del miasma, per la quale le malattie infettive erano causate dall’“aria cattiva”, cioè contaminata dai vapori della putrefazione. L’ipotesi di Semmelweis apriva invece la strada alla teoria dei germi, evidentemente con troppo anticipo rispetto alla cultura scientifica dell’epoca. Le vicende del medico ungherese hanno fatto nascere anche un’espressione, il cosiddetto “riflesso di Semmelweis”, che descriverebbe il presunto rifiuto, a priori, delle idee rivoluzionarie da parte della comunità scientifica. Alla storia del dottor Semmelweis, lo scrittore francese Louis-Ferdinand Céline ha dedicato la propria tesi di laurea in medicina, in Italia pubblicata da Adelphi. Tuttavia la realtà è un po’ più complessa e sfumata di quanto lascia intendere un po’ della mitologia costruita intorno al medico scienziato.

È vero che le idee di Semmelweis furono molto criticate, ma è anche vero che sotto diversi aspetti all’epoca c’erano alcune ragioni per farlo. Semmelweis era convinto che la febbre puerperale fosse quasi del tutto iatrogena, cioè causata dal comportamento dei medici, ma non era riuscito a dare una spiegazione soddisfacente di come le invisibili “particelle cadaveriche” causassero la malattia (che oltretutto poteva colpire anche dove non vi erano cadaveri e non venivano condotte autopsie).

La soluzione di cloro, che peraltro era puzzolentissima e fortemente irritante per le mani e quindi poco amata, era fortemente efficace perché uccideva alcuni comuni batteri patogeni presenti non esclusivamente sui cadaveri. Se il medico scienziato avesse approfondito questo aspetto (come gli amici gli chiedevano), forse l’avrebbe scoperto, avvalorando la sua tesi, ma purtroppo si arroccò sull’idea delle “particelle cadaveriche” e solo molto più tardi riconobbe che forse qualunque particella animale putrefatta poteva scatenare la febbre, avvicinandosi alla realtà.

È vero che a quel tempo molti credevano alla tradizionale teoria del miasma, ma non si trattava di un vero e proprio dogma: per alcune malattie già si sospettava che il contagio potesse avvenire da un malato a un individuo sano, anche senza che se ne conoscesse la causa prima (i microrganismi). Tra il campo dei “miasmisti” e quello dei “contagionisti” esisteva un ampio spettro di opinioni a seconda della malattia, e questa ipotesi sulla febbre puerperale non era di per sé così eretica, né del tutto inedita. Il medico americano Oliver Wendell Holmes, per esempio, già quattro anni prima di Semmelweis aveva parlato della febbre puerperale come di una malattia contagiosa, diffusa nelle cliniche da medici e ostetriche, e che si poteva prevenire con l’igiene. E Semmelweis, di fatto, ebbe anche dei sostenitori: furono soprattutto i medici più giovani a schierarsi dalla sua parte, contribuendo alla diffusione della pratica del lavaggio delle mani in Europa.

Pubblicare o perire

Per molti storici la fine ingloriosa di Semmelweis non c’entra affatto con un “riflesso”. Egli tardò molto (troppo, probabilmente) a pubblicare come da prassi scientifica le sue ipotesi, nonostante un gran passaparola grazie all’intervento di amici e sostenitori. Quando si applicò per diffondere ufficialmente i propri studi, erano trascorsi più di dieci anni da quando aveva elaborato per la prima volta la teoria, ed egli si era ormai convinto di essere un portatore della verità, perseguitato. Alcuni studiosi ipotizzano anche che soffrisse di Alzheimer precoce, e che sia stata questa la vera causa del suo internamento.

Non solo. Nel 1848 il Regno di Ungheria si era ribellato, senza successo, all’Impero austriaco; Semmelweis era ungherese, e i suoi rivali all’ospedale di Vienna usarono anche la sua origine per screditarlo. Perse il posto di lavoro e abbandonò Vienna, nonostante i suoi sostenitori gli avessero procurato un altro impiego. Non ebbe gli onori ai quali ambiva, e che meritava, ma dal canto suo cadde vittima di una serie di errori che sono fatali per uno scienziato, come quello di non difendere adeguatamente e pubblicamente le proprie idee. La storia e il suo probabile declino cognitivo fecero il resto.

La lezione vale ancora: laviamoci le mani

Le vicende di Semmelweis sono sicuramente tragiche ma, come spiega il libro del chirurgo statunitense Sherwin B. Nuland, Il morbo dei dottori. La strana storia di Ignác Semmelweis (Codice, 2020), sono spesso raccontate in modo troppo fantasioso e distorto, e non è completamente corretto presentare il medico ungherese come un esempio di “libero pensatore” in opposizione all’oscurantismo dei suoi “arretrati colleghi”.

L’importanza dell’igiene delle mani invece non è in discussione. La lezione vale per tutti, ma è ancor più cruciale negli ospedali e ovunque si assista un paziente. Il lavaggio delle mani è uno strumento di prevenzione a bassissimo costo e di altissima efficacia, eppure non è ancora diffuso come vorremmo. In alcuni Paesi pesa molto la mancanza di acqua corrente, ma gli studi ci dicono che in tutto il mondo ci sono ampi margini di miglioramento, il che significa che con solo acqua e sapone potremmo salvare molte più vite.

Stefano Dalla Casa Giornalista e comunicatore scientifico, si è formato all’Università di Bologna e alla Sissa di Trieste. Scrive su Wired Italia, Il Tascabile e altre testate. Collabora con Pikaia, il portale italiano dell’evoluzione, dalla sua fondazione. Ha scritto col pilota di rover marziani Paolo Bellutta il libro di divulgazione Autisti marziani (Chiavi di lettura Zanichelli, 2014) e ha curato molti dei libri usciti in seguito nella stessa collana.

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