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La biodiversità è un’arma contro le pandemie

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Gli ultimi dati sulla biodiversità sottolineano come la strada più veloce per resistere meglio ai rischi di pandemie passi anche per la difesa degli ecosistemi.

Gli scienziati l’avevano previsto e avevano sostenuto la loro tesi a suon di dati e analisi. E alla fine è accaduto: un’epidemia di proporzioni globali ha messo in ginocchio gran parte della nostra società. Con diverse proporzioni, non è tuttavia la prima volta che accade. Dal 1918 a oggi – quindi in poco più di un secolo – sono almeno sei le pandemie sanitarie che, seppur con conseguenze ogni volta diverse, hanno colpito l’umanità. E sebbene anche quella di Covid-19 abbia avuto origine da un salto di specie di microbi che infettano abitualmente gli animali, alla sua diffusione negli esseri umani hanno probabilmente contribuito anche attività umane.

Ad affermarlo è l’ultimo rapporto, intitolato “Escaping the Era of Pandemics, pubblicato dall’Intergovernmental science policy platform on biodiversity and ecosystem services (Ipbes), nel quale si sottolinea con forza come le prove scientifiche a nostra disposizione dimostrino che le pandemie stanno diventando più frequenti per via di fattori come il cambiamento dell’uso del suolo, il crescente traffico di specie selvatiche, la costante depauperazione di ecosistemi e habitat.

Questione di biodiversità

Fin da quando, nel 1992, entrò in vigore la Convenzione sulla diversità biologica, ricercatori, scienziati e associazioni hanno sempre spinto perché i suoi tre pilastri venissero rispettati, promuovendo la conservazione della varietà degli esseri viventi presenti sul pianeta attraverso l’uso sostenibile delle risorse e l’equa ripartizione dei vantaggi derivanti dal loro sfruttamento. A quasi trent’anni da quell’accordo, firmato nel corso del Summit internazionale di Rio, lo stato di salute di specie vegetali e animali è decisamente peggiorato, anzi si è registrata una vera e propria escalation di quella che viene definita “perdita di biodiversità”. Sempre l’Ipbes, con un imponente lavoro di revisione scientifica su oltre 15mila studi scientifici, avvertiva che solo nel 2019 circa un milione di specie animali e vegetali sono minacciate di estinzione: un numero mai così alto da quando Homo sapiens ha fatto la sua comparsa sulla Terra.

A partire dai primi del Novecento, la presenza di specie autoctone nella maggior parte dei principali habitat terrestri è diminuita di almeno il 20 per cento, mentre più del 40 per cento degli anfibi, il 33 per cento dei coralli che formano le barriere coralline e più di un terzo di tutti i mammiferi marini sono minacciati di estinzione. Solo per fare un esempio, 559 delle 6.190 specie di mammiferi allevati dall’uomo si sono estinte e altre mille specie sono minacciate di estinzione. Senza contare l’impatto delle attività umane su foreste e oceani, che meriterebbe un approfondimento a parte.

Questa non sarà l’ultima pandemia

La perdita di biodiversità, i cambiamenti climatici e quelli ambientali sono derivati da un’eccessiva pressione da parte delle attività antropiche sugli ecosistemi. Secondo le stime degli esperti del gruppo internazionale, ci sarebbero almeno 1,7 milioni di virus che attualmente non conosciamo presenti in mammiferi ed uccelli, dei quali circa 827.000 potrebbero sviluppare la capacità di infettare le persone. Non si tratta di essere delle “Cassandre del ventunesimo secolo”, piuttosto di essere realisti e ben consci di ciò che sta accadendo. Sappiamo che almeno il 70 per cento delle malattie emergenti come Ebola o Zika, e tutte le patologie protagoniste delle pandemie occorse finora, sono zoonosi, ovvero causate da microbi che colpivano abitualmente solo gli animali e che hanno fatto il cosiddetto salto di specie, detto anche spillover, mutando e divenendo capaci di infettare anche gli esseri umani.

Per limitare i rischi di ulteriori pandemie – ricordando peraltro che già da tempo si parla di antibiotico-resistenza, ovvero della capacità di patogeni spesso mortali di resistere ai comuni farmaci impiegati per debellarli – il gruppo di ricercatori dell’Ipbes offre anche delle soluzioni, da adottare fin da subito. Per esempio, prevedere dei piani pandemici internazionali, o progettare un coordinamento globale di prevenzione delle malattie emergenti. O, ancora, intervenire sull’eccessiva produzione zootecnica, riducendone i consumi, o prevedere un nuovo accordo sul commercio di specie selvatiche che preveda non solo di proteggerle dall’estinzione, ma anche di garantire il benessere e la salute degli individui che le compongono.

Rudi Bressa

Giornalista ambientale e scientifico, collabora con varie testate nazionali e internazionali occupandosi di cambiamenti climatici, transizione energetica, economia circolare e conservazione della natura. È membro di Swim (Science writers in Italy) e fa parte del board del Clew Journalism Network. I suoi lavori sono stati supportati dal Journalism Fund e dalI’IJ4EU (Investigative Journalism for Europe).

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