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L’impatto dei combustibili fossili sulla salute

L’analisi degli ultimi dati raccolti sull’inquinamento atmosferico da combustibili fossili dipinge uno scenario critico, in particolare per gli Stati Uniti orientali, l’Europa e il Sudest Asiatico, ma in miglioramento rispetto al passato.

Che l’inquinamento atmosferico sia una delle maggiori fonti di preoccupazione per la nostra salute è un fatto assodato. Ma qual è l’impatto sulla salute dell’inquinamento causato dai combustibili fossili a livello globale? A far luce sulla questione arriva uno studio i cui risultati sono stati appena pubblicati sulla rivista Environmental Research. Lo studio è stato condotto dall’Università di Harvard, in collaborazione con l’Università di Birmingham, l’Università di Leicester e lo University College di Londra. Secondo i ricercatori sarebbero più di 8 milioni le persone decedute prematuramente nel 2018 a causa dell’inquinamento da combustibili fossili, tra cui rientrano carbone, benzina e diesel. Cina, India e parti del Nord America orientale, dell’Europa e del Sudest asiatico sono tra le aree più colpite e con i più alti tassi di mortalità.

Il numero di morti è ridotto di circa due milioni di unità rispetto a studi precedenti, che riguardavano l’anno 2012, indicando un miglioramento della qualità dell’aria dovuta a limiti legali più severi. D’altro canto i numeri dei morti restano importanti, dato che sono l’equivalente della popolazione di grandi città come Londra o New York. Tuttavia gli stessi ricercatori ammettono limitazioni nelle stime dello studio, anche dovuto a numerosi fattori confondenti, per cui l’intervallo di confidenza è molto ampio.

Il grande imputato, il Pm2,5

I combustibili fossili alimentano le centrali energetiche, i trasporti e gran parte dei servizi di cui usufruiamo (per esempio il riscaldamento). Con la loro combustione si immettono nell’atmosfera non solo i gas serra, maggiori responsabili dei cambiamenti climatici in atto, ma anche altre sostanze chimiche che possono causare gravi patologie.

Spesso si parla di questi composti non in modo individuale ma per categorie che comprendono sostanze diverse, accomunate dalle dimensioni. Il particolato fine, quello di dimensioni inferiori a 2,5 micron (millesimi di millimetro), sembra essere il più problematico per la salute. Si tratta di particelle così piccole che, una volta inalate, riescono a superare alcune barriere fisiche del nostro corpo, raggiungendo e penetrando in profondità nei polmoni, fino a entrare nel flusso sanguigno e causare danni a più organi (oltre a compromettere la stessa funzione polmonare).

Gli effetti sulla salute del particolato fine per esposizione sia a breve sia a lungo termine sono ben documentati e sappiamo che possono includere disturbi a carico del sistema respiratorio e cardiovascolare come asma grave, infezioni respiratorie, malattie cardiache, ictus, cancro ai polmoni, deficit cognitivi, tali da comportare morte prematura (fonte Organizzazione mondiale della salute).

Come si è arrivati a questi risultati

Se le ricerche precedenti erano molto incentrate su osservazioni satellitari, che non consentivano di distinguere le varie fonti che producevano particolato, con questo studio, che ha preso in considerazione i dati di meta-analisi recenti e con una gamma molto ampia di esposizione, si è cercato di utilizzare un nuovo modello globale 3D della chimica atmosferica, in grado di meglio orientare l’interpretazione dei dati raccolti e il loro confronto con le osservazioni di superficie, aeronautiche e satellitari in tutto il mondo.

GEOS-Chem, questo il nome del modello, grazie all’elevata risoluzione – la risoluzione spaziale era fino a 50 km x 60 km – ha permesso di osservare i livelli di inquinamento in ogni “riquadro”. In questo modo è stato possibile risalire in modo più preciso alle fonti di inquinamento, valutare la composizione dell’aria respirata dalle persone nelle varie regioni e comprendere meglio come la composizione e i livelli di particolato abbiano potuto influire sulla loro salute.

Le stime precedenti

In una ricerca precedente, completata nel 2015 dai ricercatori che hanno contribuito al progetto “Global Burden of Disease, era stato stimato in 4,2 milioni il numero delle vittime di Pm 2.5, circa la metà, quindi, rispetto alla stima dei ricercatori di Harvard. Tuttavia questa ricerca, consistita in uno studio epidemiologico osservazionale molto ampio, aveva tenuto in considerazione l’inquinamento da particolato fine proveniente da tutte le fonti possibili, mentre i dati appena riportati su Environmental Research riguardano esclusivamente il particolato immesso in atmosfera dalla combustione di combustibili fossili. Anche per questa ragione, i due studi non sono completamente paragonabili.

Rudi Bressa Giornalista ambientale e scientifico, collabora con varie testate nazionali e internazionali occupandosi di cambiamenti climatici, transizione energetica, economia circolare e conservazione della natura. È membro di Swim (Science writers in Italy) e fa parte del board del Clew Journalism Network. I suoi lavori sono stati supportati dal Journalism Fund e dalI’IJ4EU (Investigative Journalism for Europe).

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