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L’antica storia dei Caraibi è scritta nel DNA

Lo studio del patrimonio genetico ci aiuta a ricostruire la storia degli insediamenti umani in alcune aree del pianeta, come nel caso delle isole del Mare Caraibico. Che ne è stato delle popolazioni precolombiane? E di quelle che le hanno precedute? Le risposte a disposizione sono sempre più precise, e gli scienziati le hanno raccolte in una pubblicazione su Nature.

Il nostro passato, e quello di molti popoli della Terra, è impresso anche nel DNA. E non si tratta di una frase fatta: attraverso il sequenziamento del patrimonio genetico rinvenuto insieme ai resti antichi, è davvero possibile scoprire molti dettagli sugli avvenimenti epocali che hanno segnato la storia di intere popolazioni nel corso dei millenni.

L’ultimo esempio eclatante di quante informazioni remote si celino tra le basi azotate del nostro DNA ce lo forniscono i risultati di uno studio, pubblicati sulla rivista inglese Nature lo scorso dicembre. Una ricerca coordinata da due scienziati dell’università della California, ma alla quale hanno contribuito anche molti altri ricercatori, tra cui alcuni attivi tra Cagliari, Caserta e Roma. Proprio dall’università “La Sapienza” di Roma è stato analizzato l’80 per cento dei 174 genomi complessivamente studiati.

Gli studi si sono concentrati sulla regione dei Caraibi, e in particolare sulle isole che oggi fanno parte del territorio di Cuba, Bahamas, Repubblica Dominicana, Haiti, Porto Rico, Venezuela, Guadalupa, Santa Lucia, Curaçao e diverse altre nazioni. Luoghi paradisiaci abitati dagli esseri umani fin dalle epoche arcaiche.

Che ne è stato delle popolazioni precolombiane?

Nulla può ormai ribaltare la drammatica e incontrovertibile verità storica della brutale colonizzazione delle Americhe da parte degli europei tra la fine del Quattrocento e il Cinquecento, che ha comportato la distruzione di culture plurisecolari e il sostanziale tramonto di interi popoli. Grazie alla ricerca abbiamo stabilito però che nel patrimonio genetico di chi oggi vive nei Caraibi vi sono ancora tracce del DNA delle popolazioni precolombiane, accanto a quelle ereditate dagli europei immigrati e dagli africani portati in quelle regioni con la tratta degli schiavi.

La proporzione delle tre componenti è risultata diversa da isola a isola, a dimostrazione di come le dinamiche possano variare persino su una scala estremamente locale. In generale, i risultati sembrano indicare che molto probabilmente la popolazione preesistente non venne completamente sostituita e che, piuttosto, si mescolò con i nuovi arrivati. Tale mescolanza ha fatto in modo che molti dei geni di queste popolazioni ancestrali si siano tramandati fino a oggi. Gli abitanti odierni, insomma, possono essere considerati a buon titolo la discendenza anche dei popoli presenti su quelle terre da ben prima dell’arrivo dei colonizzatori.

Ma c’è dell’altro: i ricercatori sono stati in grado di mettere a punto un metodo per stimare la dimensione delle popolazioni caraibiche precolombiane. L’idea sviluppata dal genetista David Reich, della Harvard Medical School di Boston, anch’egli autore dello studio pubblicato su Nature, è stata in sostanza di prendere coppie di campioni di DNA scelti in modo casuale, valutare le loro differenze e stabilire in questo modo quanto due individui fossero geneticamente imparentati. Più le persone sono strettamente imparentate tra loro, più si può ritenere che la popolazione sia piccola, e viceversa. Ripetendo molte volte questo procedimento si può ricavare una stima – naturalmente grossolana – di quanto quella popolazione fosse numerosa.

In base a tali dati i ricercatori hanno stimato che gli individui potessero essere un numero compreso tra qualche decina di migliaia (più realistico) e un milione. I risultati ottenuti per i Caraibi, insomma, indicano con sempre più chiarezza che la popolazione autoctona era meno numerosa di quanto si pensasse in precedenza. Al di là del caso specifico, l’approccio è interessante, perché potrebbe permettere di  stimare la dimensione di molti dei popoli del passato, con una precisione maggiore.

Ancora più indietro: i Caraibi da 6.000 anni fa a Colombo

Sintetizzando al massimo la storia degli insediamenti umani nelle isole caraibiche, possiamo dire che la prima colonizzazione risalga al 4.000 avanti Cristo circa, da parte di popoli dediti alla lavorazione della pietra. Solo 3-4 millenni più tardi, intorno al 300 circa dopo Cristo, avrebbe avuto inizio la cosiddetta età della ceramica o dell’argilla, anche se a lungo ci si è chiesti se sia stata la stessa popolazione a cominciare a utilizzare questi materiali o se il passaggio da un’età all’altra sia stato invece il risultato di una colonizzazione da altre parti dell’America.

Secondo gli scienziati, che hanno esaminato un grande numero di campioni, è questa seconda ipotesi la più verosimile: infatti, tra le popolazioni che lavoravano la pietra e quelle successive, specializzate nell’uso dell’argilla, le differenze genetiche riscontrate sono evidenti.

In particolare, nei resti corrispondenti all’età della ceramica, è stato identificato un profilo genetico con una buona sovrapposizione con quello tipico dei resti rinvenuti al confine tra l’America meridionale e quella centrale, confermando peraltro i risultati ottenuti dai ritrovamenti archeologici e dall’analisi della distribuzione geografica delle lingue. Pare essere quindi definitivamente da scartare l’ipotesi che i popoli della ceramica fossero provenienti dall’America settentrionale, come si credeva in passato.

A differenza dei colonizzatori europei, che si sarebbero in buona parte mescolati con le popolazioni indigene, tra popoli della pietra e quelli della ceramica gli incroci sono stati estremamente rari, tanto che si può parlare di una sostanziale sostituzione, a eccezione della sola isola di Cuba, dove le due popolazioni si sarebbero invece parzialmente mescolate.

Negli oltre mille anni prima dell’arrivo di Cristoforo Colombo, l’archeologia ha evidenziato una serie di ulteriori mutamenti di stile nella produzione dei manufatti in ceramica, tanto che si pensava potessero esserci state influenze esterne da parte di popoli vicini. E invece no: i risultati delle analisi del DNA hanno dimostrato che non ci sono state differenze significative nel patrimonio genetico delle popolazioni locali in quel periodo di tempo, e che dunque la variabilità è da attribuire al dinamismo delle popolazioni e alla loro creatività in continua evoluzione, più che a ragioni di natura genetica. Secondo gli storici, piuttosto, la diffusione dei diversi stili da un’isola all’altra potrebbe essere spiegata attraverso la presenza di reti di comunicazione, utili sia per scambi culturali tra un luogo e l’altro, sia per il commercio, soprattutto di vasellame.

I denti non tornano

Quello pubblicato lo scorso dicembre non è però uno studio conclusivo e alcuni aspetti rimangono ancora misteriosi, o addirittura contraddittori. Per esempio, la ricostruzione basata sui profili genetici (ritenuta per propria natura più affidabile) non coincide con quella che si ottiene dall’analisi della morfologia dentale, che racconterebbe una storia un po’ diversa.

Per spiegare queste differenze, a oggi vi sono due ipotesi. La prima è l’esistenza di tendenze micro-evolutive che risultano visibili a livello esteriore nella morfologia dentale ma non altrettanto nette a livello di DNA. Oppure, più probabilmente, le differenze visibili nei resti umani sono da attribuire ad abitudini e comportamenti leggermente diversi da un’isola all’altra, che potrebbero aver modificato l’aspetto dentale degli adulti.

Gianluca Dotti Giornalista scientifico freelance e divulgatore, si occupa di ricerca, salute e tecnologia. Classe 1988, dopo la laurea magistrale in Fisica della materia all’università di Modena e Reggio Emilia ottiene due master in comunicazione della scienza, alla Sissa di Trieste e a Ferrara. Libero professionista dal 2014 e giornalista pubblicista dal 2015, ha tra le collaborazioni Wired Italia, Radio24, StartupItalia, Festival della Comunicazione, Business Insider Italia, Forbes Italia, OggiScienza e Youris. Su Twitter è @undotti, su Instagram @dotti.it.

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