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Le cellule eterne di Henrietta Lacks

Ecco come la sfortunata vicenda di una paziente malata di tumore all’utero ha consentito per la prima volta nella storia di far crescere cellule umane immortalizzate in laboratorio, trasformando per sempre la ricerca biomedica.

Era il gennaio del 1951 quando Henrietta Lacks, una donna nera di 30 anni che viveva con la famiglia a Turner Station, nella contea di Baltimora, venne ricoverata per un’emorragia alla clinica universitaria Johns Hopkins. Era l’ospedale più vicino e, ai tempi della segregazione razziale, offriva cure agli afroamericani che non potevano permettersi cure mediche private. La diagnosi: cancro alla cervice dell’utero. Lacks iniziò un ciclo di radioterapia, ma il tumore era straordinariamente aggressivo e non rispose al trattamento, tanto che la paziente morì appena otto mesi dopo. Oggi, con Pap test per la diagnosi precoce e vaccini preventivi anti-HPV, l’infezione virale all’origine di questa malattia è meno diffusa o la si riconosce presto, e quindi il cancro alla cervice dell’utero è meno diffuso, almeno nei Paesi occidentali; ma all’epoca di Henrietta Lacks tutto questo era di là da venire.

Cellule eterne

All’ospedale la donna era stata sottoposta a una biopsia, con la quale le furono prelevati campioni sia di tessuto uterino malato sia di quello sano. Servivano per una ricerca scientifica in corso, che non riguardava direttamente la sua malattia. Nessuno la informò, perché all’epoca la pratica del consenso informato, che prevede l’autorizzazione del paziente per gli interventi che lo riguardano, ancora non esisteva.

Le cellule prelevate arrivarono al laboratorio di Otto Gey, un pioniere della crescita in coltura dei tessuti, che ai tempi lavorava alla Johns Hopkins. La sua assistente, Mary Kubicek, si rese conto che le cellule tumorali di Henrietta Lacks sopravvivevano e continuavano a moltiplicarsi in coltura, mentre qualsiasi altra cellula umana, comprese quelle sane di Henrietta, soccombevano in breve tempo. La resistenza e la prolificità di quelle cellule avevano sì ucciso Henrietta Lacks, ma per le stesse caratteristiche stavano anche rivoluzionando la storia della medicina.

Le cellule HeLa” alla conquista del pianeta (e oltre)

Gli scienziati si trovavano dinanzi alla prima linea cellulare umana immortalizzata, una scoperta che Gey condivise con il mondo intero. Diventava ora possibile studiare più facilmente le cellule umane in laboratorio, e condurre test ed esperimenti fino a quel momento impensabili. Per ricordare alcuni dei molti traguardi scientifici ottenuti, già nel 1953 le cellule HeLa – questo il nome della linea cellulare, ottenuto dalla fusione delle prime lettere del nome e del cognome della paziente originaria – vennero usate per lo sviluppo del vaccino anti-polio. Poi, nel ‘56, per studiare gli effetti delle radiazioni sulle cellule. Nel 1964 i sovietici spedirono alcune di quelle cellule addirittura nello spazio, per scoprire se quell’ambiente ne avrebbe alterato le proprietà biologiche.

Le cellule HeLa ci hanno inoltre consentito di risalire al nesso causale tra il papilloma virus e il cancro della cervice di cui si diceva sopra (la stessa Henrietta Lacks si era ammalata per questo motivo) e la loro “eternità” ci ha anche aiutato a comprendere alcuni aspetti dell’invecchiamento cellulare. In particolare, abbiamo scoperto che via via che le normali cellule somatiche si dividono, le estremità dei loro cromosomi, chiamate telomeri, si accorciano. Oltre un certo numero di divisioni, i telomeri diventano troppo corti, la cellula smette di dividersi e muore. Solo alcune cellule particolari, come per esempio le staminali, producono invece per tutta la vita la telomerasi, un enzima che ricostruisce i telomeri. Nelle HeLa, come in altre cellule cancerose, le mutazioni riattivano il gene della telomerasi, rendendole in questo modo immortali. Una delle strade della lotta al cancro oggi è quella di riuscire a uccidere le cellule tumorali inibendo, appunto, la telomerasi.

Se non bastasse, in questo momento gli scienziati stanno investigando l’impiego delle HeLa anche per la battaglia contro Covid-19.

Le HeLa hanno anche creato qualche problema. Si tratta di cellule talmente aggressive e resistenti che riescono facilmente a contaminare altre colture cellulari. In moltissimi casi gli scienziati hanno condotto esperimenti con quelle che credevano fossero altre linee per poi ritrovarsi a scoprire, attraverso test genetici, che in realtà queste erano state sopraffatte da cellule HeLa. Ritrovandosi a dover rimettere in discussione alcuni risultati scientifici. In altri casi quelle che si riteneva fossero cellule HeLa si erano in realtà differenziate e trasformate in laboratorio, dopo innumerevoli passaggi, perdendo alcune delle caratteristiche originali e assumendone altri.

Cosa ci ha insegnato la vicenda di Henrietta Lacks

Sebbene le cellule HeLa siano entrate presto nei manuali di biologia, il nome di Henrietta Lacks, da cui derivavano, è rimasto invece a lungo oscuro, e persino i suoi familiari hanno saputo solo molti anni più tardi del dono inconsapevole che aveva fatto alla ricerca. Dopo le prime contaminazioni che erano avvenute a carico delle cellule, gli scienziati cercarono infatti i parenti di Henrietta per studiarne i geni. Solo in quel momento, nel 1973, la famiglia scoprì cosa era successo, e negli stessi anni anche la stampa iniziò a interessarsi alla storia. I giornalisti scopriranno che Helen Lane, Helen Larsen e altri nomi indicati nella letteratura scientifica come fonte delle cellule erano degli pseudonimi, e che il nome della donna delle cellule immortali era Henrietta Lacks.

Le cellule furono ottenute sin dal principio senza consenso, come capitava spesso in quegli anni, e in seguito non venne garantita neppure la privacy della paziente e della sua famiglia, alla quale furono chiesti nuovi campioni biologici con ben poche spiegazioni. Il tutto succedeva nello stesso periodo in cui iniziavano a emergere i dettagli sul famigerato esperimento sulla sifilide di Tuskegee, nel quale per decenni i neri americani erano stati usati come cavie.

Otto Gey, lo scienziato che per primo aveva cominciato a coltivare le cellule HeLa, non ne ricavò mai un beneficio economico, avendole distribuite gratuitamente ai ricercatori in tutto il mondo a scopo di ricerca. Ma molte aziende biotecnologiche hanno ottenuto enormi profitti grazie all’utilizzo di HeLa, senza che la famiglia Lacks fosse mai ricompensata in alcun modo.

Nei decenni successivi tanto la comunità scientifica quanto il pubblico hanno cominciato lentamente a prendere coscienza di quello che era successo. La figura di Henrietta Lacks è stata commemorata, dentro e fuori Baltimora, e i suoi familiari sono stati coinvolti nel tempo nelle ricerche che utilizzano le HeLa. Il libro “La vita immortale di Henrietta Lacks di Rebecca Skloot, uscito nel 2010, ha contribuito a raccontare al grande pubblico chi era Henrietta e cosa è successo dopo la sua morte. Nel 2020, anno del centenario della sua nascita, la Fondazione che oggi porta il suo nome ha ricevuto per la prima volta consistenti donazioni da istituzioni, aziende e individui. Commentando una recente donazione, Erin O’Shea, presidente dello Howard Hughes Medical Institute, ha dichiarato alla rivista Nature: “Abbiamo ritenuto giusto riconoscere l’importanza di Henrietta per l’uso delle cellule HeLa e il modo inappropriato in cui queste sono state ottenute. E ammettere che abbiamo ancora molta strada da fare prima che la scienza e la medicina siano davvero eque”.

Stefano Dalla Casa

Giornalista e comunicatore scientifico, si è formato all’Università di Bologna e alla Sissa di Trieste. Scrive su Wired Italia, Il Tascabile e altre testate. Collabora con Pikaia, il portale italiano dell’evoluzione, dalla sua fondazione. Ha scritto col pilota di rover marziani Paolo Bellutta il libro di divulgazione Autisti marziani (Chiavi di lettura Zanichelli, 2014) e ha curato molti dei libri usciti in seguito nella stessa collana.

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