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Le lontane origini della quarantena

La quarantena è ancora uno dei capisaldi della lotta alle malattie infettive. Vediamo quando è stato coniato il termine e come nel tempo è cambiato il modo in cui è applicata.

La quarantena è un intervento di salute pubblica di tipo non farmacologico utile ad contenere la diffusione di malattie trasmissibili nella popolazione, limitando il movimento degli individui potenzialmente infatti, per un periodo sufficiente a ridurre il rischio di contagio ad altri.

Il termine quarantena è tornato a essere particolarmente frequente e comune con l’inizio della pandemia di Covid-19. La misura, tuttavia, è tutt’altro che nuova ed è applicata di routine non solo alle persone ma anche ad altri organismi, come piante e animali da reddito, per controllare per esempio la diffusione di malattie e parassiti di origine esotica. I principi della quarantena sono noti dall’antichità, ma le moderne conoscenze ci permettono di capire a fondo come funziona e cosa si può fare per renderla più efficace.

Dalla Bibbia al Medioevo

“Sarà immondo finché avrà la piaga; è immondo, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento”: le parole tratte dal Levitico, un libro della Bibbia (precisamente, del Vecchio Testamento) descrivono procedure di isolamento per persone affette da peste o lebbra. L’isolamento, a differenza della quarantena, separa dalla popolazione sana solo gli individui riconosciuti come malati, e non tutti i potenzialmente infetti. Lo scopo però è lo stesso: ridurre o sospendere i contatti umani per evitare la diffusione del contagio.

Molto prima che venisse formulata, a fine Ottocento, la cosiddetta “teoria dei germi, che stabiliva che le malattie infettive sono trasmesse da microrganismi, gli esseri umani intuitivamente sapevano che alcune malattie possono trasmettersi da una persona all’altra. Avevano anche imparato che di tali malattie si può provare a controllare la diffusione attraverso, appunto, l’isolamento. Del resto, anche alcuni animali tendono a isolarsi in caso di malessere o a estromettere individui malati dal gruppo, mettendo in pratica forme innate di “distanziamento sociale”.

Una forma di quarantena (oggi parleremmo forse di cordone sanitario) fu invece attuata durante la cosiddetta peste di Giustiniano. Cominciata nel 541 d.C. durante il regno dell’imperatore bizantino Giustiniano I (che si ammalò ma sopravvisse), l’epidemia si protrasse a ondate fino all’ottavo secolo, colpendo il Medioriente, il Mediterraneo e l’Europa e causando centinaia di migliaia di morti. Nella primavera del 640 d.C., nel pieno dell’ottava ondata, il vescovo Gallo II di Clermont, nell’odierna Francia, scrisse al collega Desiderio, a Cahors. La peste, raccontava, era sbarcata a Marsiglia e viaggiava verso l’entroterra: bisognava impedire che raggiungesse i loro vescovadi. Per questo Gallo II implorava Desiderio di imitarlo e disporre guardie armate al confine con la Provenza, all0 scopo di impedire ogni forma di commercio. Allo stesso tempo, gli chiedeva di controllare i propri fedeli e di impedire loro di viaggiare nelle zone a rischio (era un periodo di feste), perché sarebbero potuti tornare contagiati dal morbo, col rischio di diffonderlo.

Repubbliche marinare contro la Peste nera

Le poche righe della lettera di Gallo II a Desiderio di Cahors ci dicono che già nell’alto Medioevo si cercava di combattere la peste imponendo restrizioni agli spostamenti. Tuttavia, il termine “quarantena” fu coniato più tardi, quando questa misura fu usata per contenere la Peste nera, nel XIV secolo.

Era ormai noto da secoli che la peste veniva spesso diffusa dai mercanti. La Repubblica di Venezia cominciò per questo nel 1374 a esaminare le navi commerciali provenienti da località a rischio e a respingere quelle giudicate dagli ufficiali non sicure, come misura preventiva. Anche in altre città si usavano procedure simili, ma si trattava di pratiche inadeguate: le navi e i viaggiatori potevano subire discriminazioni o essere favoriti, per esempio, per ragioni più politiche che sanitarie.

Fu però nella Repubblica di Ragusa (attuale Dubrovnik, in Croazia), già nel 1377, che fu promulgata una legge rivoluzionaria: tutti i viaggiatori in arrivo da regioni in cui era diffusa la peste dovevano rimanere in isolamento per un periodo di 30 giorni (trentina) prima di entrare in città, con gravi pene per chi avesse trasgredito. Venezia in breve seguì l’esempio, e il periodo fu esteso a 40 giorni, probabilmente perché secondo l’allora influente medicina ippocratica le malattie acute facevano il loro corso entro questo intervallo di tempo. Per la peste bubbonica, dall’infezione alla morte passavano in media 37 giorni, quindi la durata originaria della quarantena era commisurata alla durata di questa malattia.

Non è casuale che siano state proprio queste città a inventare la quarantena. In quanto potenze commerciali correvano infatti un rischio più alto, rispetto a luoghi più isolati, che una persona infetta arrivasse nel loro territorio, e un’epidemia incontrollata avrebbe distrutto l’economia.

L’evoluzione della quarantena

Sulla scia di Venezia e Ragusa, molte altre città cominciarono a sperimentare la quarantena, assieme ad altre forme di controllo del contagio a essa collegate. Nel XVI secolo nacquero per esempio i primi certificati sanitari (“clean bill of health, cioè di certificati di buono stato di salute): rilasciati a una nave dal porto di provenienza, permettevano di attraccare in un’altra città senza che l’equipaggio dovesse sottoporsi a quarantena, poiché provavano che secondo gli ufficiali sanitari alla partenza i passeggeri del vascello erano “sani”. Nello stesso secolo si fecero alcuni passi avanti anche sull’origine delle malattie. Anche se si era ancora lontani dal formulare la teoria dei germi, il medico veronese Girolamo Fracastoro cominciò a sospettare che si trasmettessero attraverso particelle invisibili.

Man mano che il mondo diventava più interconnesso, e che la pratica della quarantena si diffondeva, era sempre più importante trovare procedure di difesa dalle malattie trasmissibili, condivise tra diversi Paesi e continenti. Quanto doveva durare il periodo di isolamento? Per quali malattie era necessario? E soprattutto, a chi applicare la quarantena e in che condizioni? Solo nel XIX secolo si è cominciato a discutere di un quadro di riferimento internazionale con le International Sanitary Conferences, una serie di conferenze internazionali (14 in tutto, la prima svoltasi nel 1851, l’ultima nel 1938) il cui lavoro è confluito nell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), nata dopo la Seconda guerra mondiale.

Costi e benefici

La quarantena è potenzialmente molto efficace nel ridurre la diffusione di una qualsiasi malattia trasmissibile, perché separa fisicamente i potenzialmente infetti dal resto della popolazione per un periodo sufficiente a stabilire l’assenza di contagiosità. Il meccanismo è brutale nella sua semplicità, e proprio per questo può essere difficile da applicare.

Per esempio, è stato molto facile mantenere in quarantena per tre settimane gli astronauti di ritorno dalla Luna, per evitare il rischio di introdurre patogeni “alieni”. Gli equipaggi delle missioni Apollo erano quasi tutti militari ben addestrati, ed erano consapevoli fin dal principio di quale fosse la posta in gioco. Passare qualche altro giorno in un ambiente sigillato faceva parte della missione.

Mettere invece in quarantena molte più persone a un livello più generalizzato è una questione molto più complicata, perché viviamo in società complesse ed è complesso il nostro comportamento. La quarantena limita le libertà individuali e può colpire interi gruppi sociali. In condizioni di emergenza, come quelle viste nella pandemia di Covid-19, può essere complicato trovare un equilibrio tra la necessità di garantire la maggior efficacia possibile alla quarantena e quella di ridurre al minimo le ripercussioni individuali e collettive.

Per esempio, per avere la certezza assoluta che una quarantena non venga violata bisognerebbe letteralmente imprigionare chi ne è oggetto, oppure eseguire controlli continui, o comminare pene molto dure in caso di violazione. Ma questo il più delle volte non è possibile non solo per mancanza di risorse, ma soprattutto perché sarebbe controproducente. La storia insegna infatti che l’uso della forza per imporre la quarantena può sfociare in proteste o, più in generale, scoraggiare la collaborazione della popolazione con le autorità sanitarie, che è il fondamento della lotta alle epidemie.

Trovare il modo migliore di applicare la quarantena è quindi un esercizio continuo di valutazione del rapporto tra costi e benefici. Il medico e storico Andrea Alberto Conti a questo proposito scriveva: “[…] le basi concettuali e operative della quarantena hanno ancora una valenza epistemologica e applicativa. [le prove] mostrano che l’attuazione di corrette procedure di quarantena è fattibile ed efficace se adattata alle condizioni geografiche, sociali e di salute e quando si verifica la collaborazione tra gli interessati.

 La persistenza storica del termine ‘quarantena’, che etimologicamente indica un periodo di 40 giorni ma che ormai definisce operativamente interventi di tempo variabile per diverse malattie trasmissibili, è la migliore documentazione del duraturo valore di questa misura sanitaria nei secoli.”

Stefano Dalla Casa Giornalista e comunicatore scientifico, si è formato all’Università di Bologna e alla Sissa di Trieste. Scrive su Wired Italia, Il Tascabile e altre testate. Collabora con Pikaia, il portale italiano dell’evoluzione, dalla sua fondazione. Ha scritto col pilota di rover marziani Paolo Bellutta il libro di divulgazione Autisti marziani (Chiavi di lettura Zanichelli, 2014) e ha curato molti dei libri usciti in seguito nella stessa collana.

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