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Cambiamenti climatici… da togliere il sonno

I risultati di una ricerca mettono in guardia sulla perdita progressiva di ore di sonno in molte regioni del mondo a causa dell’aumento della temperatura globale. Un fenomeno che rischia di contribuire all’aumento delle disparità sociali.

Luglio 2099, interno notte. Dovresti dormire ma c’è un caldo infernale che ti impedisce di riposare, mentre l’ora in cui suonerà la sveglia si avvicina inesorabilmente. Pensi: “Ogni anno è peggio” e, purtroppo… potrebbe davvero essere così. Lo scenario futuro, previsto dai risultati di un’ampia ricerca internazionale sul rapporto tra cambiamento climatico e qualità del sonno, evidenzia l’impatto negativo che la crisi climatica potrà avere su molte attività umane della vita quotidiana. Tra queste alcune sono, proprio come il sonno, essenziali per il benessere e la salute.

I dati sono stati pubblicati il 20 maggio 2022 in un articolo sulla rivista One Earth da un gruppo di ricercatori dell’Università di Copenaghen e del Max Planck Institute di Berlino. Secondo i risultati ottenuti, il riscaldamento globale potrebbe erodere entro la fine del secolo tra 50 e 58 ore di sonno per persona all’anno. Tra le conseguenze vi potrebbe essere un aumento dell’insorgenza di problemi di salute associati a un riposo insufficiente.

Milioni di notti insonni

Il riscaldamento globale non è una novità, ma è forse meno noto che gli incrementi maggiori nelle temperature ambientali si registrino nelle ore notturne. Sappiamo poi che la prevalenza dell’insufficienza di sonno è in aumento in molti gruppi di persone nel mondo. Ciò che invece non era ancora stato chiarito era se tra questi fenomeni vi fosse un nesso di causalità. I risultati ottenuti in questo studio hanno provato per la prima volta a livello globale che l’aumento delle temperature medie danneggia il sonno umano.

Per rendere più oggettiva possibile lo studio, i ricercatori hanno raccolto i dati tramite braccialetti per il monitoraggio del sonno indossati da oltre 47.000 persone in 68 Paesi nel mondo, per un totale di più di 7 milioni di registrazioni. In parallelo hanno raccolto anche i dati meteorologici giornalieri del periodo (dal 2015 al 2017) e dei luoghi delle misurazioni.

Mettendo insieme le informazioni è emerso che mediamente, dall’inizio del XXI secolo, abbiamo già perso 44 ore di sonno annuali per persona in relazione ai cambiamenti climatici. Inoltre, sempre mediamente per persona, 11 notti all’anno sono trascorse con meno di 7 ore di sonno. In medicina, 7 ore di sonno sono il tempo di riposo considerato sufficiente per rimanere in salute.

Le notti insolitamente calde riducono le ore totali di sonno soprattutto posticipando l’addormentamento e, in secondo luogo, anticipando il risveglio. Questo accade perché il corpo umano necessita di raffreddarsi prima di poter cadere nel sonno e mantenerlo. Il processo avviene mediante la dilatazione dei vasi e la dispersione del calore attraverso le estremità, come mani e piedi, dove il flusso sanguigno aumenta. Tutto ciò è molto più difficile quando l’ambiente circostante non è più fresco di noi.

Un futuro di disuguaglianze

Non solo la quantità di sonno perso aumenterà a mano a mano che il pianeta continuerà a riscaldarsi, ma contribuirà verosimilmente anche a inasprire le disparità sociali. Popolazioni meno abbienti sono infatti più esposte a condizioni climatiche più sfavorevoli nei Paesi sia a reddito più alto sia medio-basso. Chi farà più fatica a dormire saranno soprattutto le donne e le persone anziane: per ogni grado di aumento della temperatura le donne, rispetto agli uomini, subiscono una perdita media di sonno maggiore del 25 per cento rispetto ai maschi, e il valore addirittura raddoppia nelle donne con più di 65 anni.

A parità di condizioni il corpo femminile tende infatti a raffreddarsi prima nelle ore notturne rispetto a quello maschile. Di conseguenza un aumento delle temperature potrebbe avere un impatto maggiore sulle donne. Inoltre le femmine della nostra specie hanno generalmente livelli più elevati di grasso sottocutaneo, un fattore che può rallentare la dissipazione del calore. Per quanto riguarda le persone anziane, invece, è noto che vi sia una tendenza generale a dormire meno la notte rispetto a quanto avviene in giovane età. Inoltre, con l’avanzare degli anni la capacità di regolazione della temperatura corporea diventa progressivamente più scarsa, un aspetto che spiegherebbe in parte la maggior suscettibilità di questa fascia della popolazione alle ondate di calore.

Temperature sempre più elevate sottrarranno il sonno in modo impari anche in relazione alla geografia e a caratteristiche socioeconomiche della popolazione. Le persone che vivono nelle fasce climatiche più calde potrebbero subire una riduzione di ore di sonno più accentuata, e per questo potrebbero essere le popolazioni delle regioni a basso reddito a pagarne maggiormente le conseguenze. Si calcola che, per ciascun grado di temperatura media in più, l’effetto a livello globale possa essere anche tre volte maggiore per gli individui dei Paesi più poveri rispetto agli abitanti delle nazioni più sviluppate, questo anche in conseguenza di un minore accesso a mezzi di raffreddamento come serramenti isolanti, ventilatori e aria condizionata.

“Malati” di poco sonno

Che la crisi climatica in atto sia un male per la nostra salute non è una novità: essa comporta infatti, oltre alla perdita di ore di sonno, numerosi altri rischi più alti per la salute, tra cui quelli di nuove epidemie, di problemi cardiaci e di disturbi psicologici come ansia e depressione.

Alla luce dei risultati di questo studio appare chiara la necessità di andare maggiormente a fondo della questione. Da un lato occorrerà individuare i meccanismi coinvolti e dall’altro elaborare politiche e programmi per ridimensionare il problema. Si potrebbe, per esempio, lavorare sull’edilizia, sia sulle singole strutture sia nella progettazione urbanistica delle città. Soprattutto occorrerà cercare di proteggere le comunità più vulnerabili, e provare a misurare con maggiore accuratezza il fenomeno, verosimilmente sottostimato. Ad avere al polso dispositivi per il monitoraggio del sonno difficilmente sono persone delle fasce di popolazione più povere, che quindi possono non risultare ben rappresentate dai dati. Tra i primi passi da fare sarà dunque includere anche queste persone nell’analisi, con particolare attenzione alle zone più calde dell’Africa, dell’America centrale e del Medio Oriente.

Alice Pace
Giornalista scientifica freelance specializzata in salute e tecnologia, anche grazie a una laurea in Chimica e tecnologia farmaceutiche e un dottorato in nanotecnologie applicate alla medicina. Si è formata grazie a un master in giornalismo scientifico presso la Scuola superiore di studi avanzati di Trieste e una borsa di studio presso la Harvard Medical School di Boston. Qui su WonderWhy cura il piano editoriale. Su Instagram e su Twitter è @helixpis.
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