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La farmacia dei funghi

Vediamo insieme quali sono i medicinali, già in uso e in sperimentazione, derivati dai funghi e perché, invece, il consumo di un fungo intero per curarsi non può funzionare.

Dalla fine dell’estate comincia il periodo di attività più intenso per i cercatori di funghi ma anche, purtroppo, per i centri antiveleni. Non tutti i cercatori, infatti, sono ugualmente esperti nel distinguere le varie specie, e capitano casi di intossicazione. Situazioni che spesso richiedono l’intervento di un micologo, lo scienziato che studia i funghi, per stabilire la specie consumata e quindi guidare l’eventuale terapia. I funghi, però, sono molto di più di un alimento, che a volte può rivelarsi tossico o persino fatale. Costituiscono un regno di organismi molto diversi, diffusi quasi in ogni ambiente, e che ancora conosciamo poco. Sono infatti circa 150.000 le specie finora descritte, ma si stima che quelle totali siano milioni.

Alcuni possono causare malattie negli esseri umani o negli animali che alleviamo e nelle piante che coltiviamo, ma di altri non possiamo fare a meno. Pane, birra, vino e molti formaggi non potrebbero esistere senza lieviti e muffe, e grazie a loro possiamo produrre molte sostanze chimiche utili, dal semplice acido citrico (un conservante) agli enzimi più disparati. Ma dai funghi arrivano anche alcune medicine.

Da Ötzi a Fleming

Cinquemila anni fa un uomo moriva sulle Alpi dell’odierna Val Venosta (in tedesco, Ötztaler Alpen), vicino al monte Similaun, e finiva ricoperto dal ghiaccio. Nel 1991 venne riscoperto il suo corpo, assieme agli indumenti che indossava e agli oggetti che trasportava. Battezzata Ötzi, la mummia di questo nostro antenato è diventata uno dei reperti antropologici più famosi di sempre. Ötzi aveva con sé due funghi di specie diverse. Il primo apparteneva alla specie Fomes fomentarius, volgarmente conosciuto come “fungo dell’esca”. Come suggerisce il nome, una volta si utilizzava come esca per accendere il fuoco, perché le ife essiccate sono facilmente infiammabili, e si pensa che anche Ötzi, all’epoca, se ne servisse per lo stesso scopo. L’altro era Fomitopsis betulina, un fungo che in teoria è commestibile quando è appena spuntato, mentre non è molto appetibile quando è maturo, com’erano i frammenti posseduti da Ötzi. L’ipotesi dei ricercatori è che il fungo potesse avere per Ötzi un valore medicinale, dal momento che contiene alcune sostanze con attività farmacologica.

Per cosa lo usasse Ötzi di preciso non è facile stabilirlo, ma anche prima del ritrovamento della mummia sapevamo che i funghi sono stati utilizzati nella medicina popolare fin da tempi molto remoti. Come nel caso delle piante, però, ciò non significa che sia possibile curarsi in modo efficace e sicuro assumendoli direttamente. Le tradizioni dell’antichità infatti attribuivano un potere benefico a diversi preparati naturali quando ancora non c’erano i mezzi per valutare scientificamente rischi e benefici del loro consumo. Dai funghi oggi riusciamo davvero a ottenere sostanze curative, ma lo facciamo grazie alle ricerche che isolano e testano le molecole che essi producono. In caso si rivelino utili possono diventare, singolarmente, i principi attivi di un nuovo farmaco, ottenuto dal fungo stesso o riprodotto in laboratorio, per sintesi chimica o biotecnologica. Nel farmaco i componenti vengono purificati e dosati con precisione, diversamente dal fungo intero che contiene invece una miscela di tantissime molecole, spesso con una composizione anche molto variabile.

La prima vera medicina prodotta a partire da questi organismi è stata la penicillina. Si racconta (i dettagli della scoperta sono un po’ contraddittori) che il medico Alexander Fleming avesse dimenticato fuori dall’incubatrice una coltura di batteri di stafilococco e che fosse partito per una vacanza. Al ritorno trovò una muffa intorno alla quale i batteri erano morti: a ucciderli era stata proprio una sostanza prodotta dal fungo (Penicillium rubens) e per questo Fleming la chiamò penicillina. La penicillina sotto forma di farmaco vero e proprio, però, arrivò oltre dieci anni più tardi, quando Ernst Chain e Howard Florey, chimico il primo e farmacologo il secondo, la descrissero chimicamente e impararono come concentrarla. I test sugli animali e poi negli esseri umani confermarono il suo potere antibiotico. Negli anni Quaranta cominciò la produzione di massa (utile ai feriti della Seconda guerra mondiale) e nel ‘45 Fleming, Chain e Florey condivisero il premio Nobel per la fisiologia o la medicina.

Un farmaco rivoluzionario contro i trapianti

Da allora molti altri antibiotici sono stati isolati dai funghi, e altri ancora ne stiamo cercando. I funghi, infatti, producono tali sostanze come arma di difesa contro i microrganismi con cui condividono l’ambiente.

Ma i medicinali derivati dai funghi sono anche di altro genere. Tra i più importanti c’è la ciclosporina, un farmaco che sopprime la risposta immunitaria e che si usa per ridurre il rischio di rigetto nei trapianti di organi.

In questo caso alla base della scoperta non ci fu un’osservazione fortuita, come nel caso di Fleming. Negli anni Settanta si sapeva già che i microrganismi (e molti funghi lo sono) possono nascondere tesori farmacologici, e per questo motivo gli impiegati della Sandoz, un’azienda farmaceutica, avevano l’abitudine di raccogliere ed etichettare campioni di suolo mentre erano in vacanza. Al ritorno, i campioni erano analizzati e i diversi microrganismi venivano isolati e sottoposti a uno screening in cerca di qualunque cosa potesse essere utile, non solo come antibiotico. Fu così che emerse che i funghi Tolypocladium inflatum (raccolto in Norvegia) e Cylindrocarpon lucidum (raccolto in Wisconsin) contenevano un immunosoppressore che prese il nome, appunto, di ciclosporina. Il fungo norvegese ne produceva di più e fu per questo prescelto per proseguire i test. Nel 1983 la ciclosporina è stata approvata per uso umano e, dalla sua introduzione, la percentuale di trapianti conclusi con successo è aumentata moltissimo, motivo per cui dal 1991 l’Organizzazione mondiale della sanità ha inserito questo medicinale nella lista dei farmaci essenziali.

Un aiuto contro il colesterolo “cattivo”

Un altro esempio di medicinale prodotto a partire dai funghi sono le statine, una classe di farmaci usata per ridurre il colesterolo . Negli anni Settanta il microbiologo giapponese Akira Endo, che lavorava per l’azienda farmaceutica Sankyo, cercava fonti naturali di composti in grado appunto di abbassare il colesterolo. Dopo due anni di lavoro e oltre 6.000 microbi analizzati, trovò una molecola promettente, la mevastatina, nel fungo Penicillium citrinum, e cominciò a testarla. Nel 1976 la Sankyo si accordò per condividere i risultati con la società farmaceutica Merck, che li utilizzò per trovare un composto simile ma più potente: la lovastatina. Anch’essa fu isolata da un fungo, Aspergillus terreus, e negli anni Ottanta diventò la prima statina a essere immessa sul mercato. La mevastatina, al contrario, non fu mai commercializzata, ma la sua struttura continuò a ispirare la sintesi di nuove statine. Oggi questi medicinali sono considerati efficaci per prevenire le malattie cardiovascolari, che rappresentano una delle principali cause di morte a livello mondiale.

Lavori in corso

Dopo le malattie cardiovascolari, il cancro è una delle principali cause di morte a livello globale: i funghi possono aiutare anche su questo fronte? Al momento non esiste un farmaco anticancro derivato dai funghi, ma sono allo studio diverse molecole promettenti. Per esempio ricerche sui funghi marini (sì, i funghi si trovano anche nell’acqua di mare) hanno dato dei risultati in laboratorio che potrebbero essere interessanti, e così anche le indagini su un composto prodotto dai porcini.

Un discorso analogo vale per gli antivirali e antimalarici di origine fungina: le strade battute sono come sempre moltissime, ma al momento non possiamo sapere se e quali porteranno al successo, cioè a un farmaco che sia efficace contro la specifica malattia e che sia più efficace dei trattamenti già disponibili. Ma la varietà del regno dei funghi, e quindi dei potenziali composti utili ancora da scoprire e testare, può farci ben sperare.

Stefano Dalla Casa Giornalista e comunicatore scientifico, si è formato all’Università di Bologna e alla Sissa di Trieste. Scrive su Wired Italia, Il Tascabile e altre testate. Collabora con Pikaia, il portale italiano dell’evoluzione, dalla sua fondazione. Ha scritto col pilota di rover marziani Paolo Bellutta il libro di divulgazione Autisti marziani (Chiavi di lettura Zanichelli, 2014) e ha curato molti dei libri usciti in seguito nella stessa collana.

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