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Lo stato della natura in Europa e le maggiori minacce per gli ecosistemi del nostro continente

L’ultimo rapporto della European Environment Agency, pubblicato a fine settembre, spiega quali attività umane hanno un maggiore impatto sugli ambienti naturali e la biodiversità in Europa. E come potremmo provare a invertire la rotta.

Secoli di sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, come suolo, acqua e aria, hanno messo a dura prova la biodiversità europea, minacciando interi ecosistemi e mettendo a rischio la sopravvivenza di molte specie animali e vegetali. Sono queste le conclusioni del rapporto Eea Signals 2021 dell’Agenzia europea dell’ambiente (Eea). Il rapporto fornisce una sorta di istantanea dello stato della natura in Europa, raccogliendo tutti i dati e le ultime ricerche sullo stato di conservazione della biodiversità nel nostro continente. Nel rapporto sono anche esaminate le cause del declino e forniti suggerimenti su come cambiare le cose.

Cosa preoccupa di più

I dati di riferimento più recenti per il lavoro dell’Eea sono raccolti nella relazione State of nature in the Eu, che non lascia spazio a dubbi: non è un buon momento per la biodiversità europea. La maggior parte delle specie protette – per esempio il falco sacro (Falco cherrug) e il salmone del Danubio (Hucho hucho) – e degli habitat, come le praterie e le dune, rischiano di scomparire se non verranno prese al più presto misure urgenti di ripristino e conservazione.

A preoccupare è lo stato di zone fondamentali come torbiere, aree umide e praterie, di cui l’81 per cento si trova in uno stato di conservazione insufficiente. Questi habitat non forniscono solo nutrimento e riparo a centinaia di specie di uccelli, mammiferi e rettili, ma sono anche fondamentali per la società umana. Foreste, praterie, aree umide servono infatti a rifornire le falde acquifere, a stoccare le emissioni di anidride carbonica, a fornire spazi ricreativi. Con la pandemia si è riscoperto il valore delle aree verdi e delle zone protette non solo come rifugio per gli animali, ma anche come luoghi dove poter ritrovare benessere dopo i mesi di confinamento.

Oggi il 18 per cento della superficie terrestre e quasi il 10 per cento delle aree marine in Europa sono protetti. Ma gli sforzi condotti nelle ultime decadi non sono stati sufficienti a raggiungere gli obiettivi della strategia dell’Ue sulla biodiversità fissati per il 2020.

Insetti e uccelli a rischio

Un esempio che ben spiega il legame tra gli ambienti naturali e il sostentamento che forniscono alle varie specie animali è rappresentato dagli insetti, in particolare dalle api. Complessivamente il 9,2 per cento delle specie di api è considerato minacciato in tutta Europa, mentre un ulteriore 5,2 per cento delle specie è considerato quasi a rischio. Una situazione dovuta principalmente all’abbandono dei pascoli, all’espansione dei terreni agricoli e all’uso di pesticidi e fertilizzanti. Il problema potrebbe anche essere più grave di quanto dicono i dati disponibili, visto che per molte delle specie di api non abbiamo elementi sufficienti a valutare il rischio di sparizione.

Anche gli uccelli in Europa non godono di buona salute. La proporzione di specie di uccelli in precarie condizioni è aumentata del 7 per cento circa negli ultimi sei anni, per un totale del 39 per cento. Il dato è medio, ma all’interno di siti dove sono in corso progetti di conservazione, come quelli di Natura 2000, si registrano alcuni miglioramenti, per esempio per specie come la volpoca (Tadorna tadorna), l’uria nera (Cepphus grylle) e il nibbio reale (Milvus milvus).

Quali sono le minacce per gli ambienti naturali e le strategie messe in campo per ripristinarli

È l’agricoltura a esercitare la pressione maggiore sulla natura e la biodiversità. Ormai quasi il 40 per cento dei suoli europei è impiegato per la coltivazione, con un conseguente costante aumento nell’uso di fertilizzanti, di acqua per l’irrigazione e di pesticidi. Questi ultimi, per esempio, sono tra le cause principali del calo del numero di uccelli insettivori, ma anche di altri problemi che interessano molte varietà di anfibi, insetti e piccoli mammiferi. Pesticidi e fertilizzanti hanno per esempio influito negativamente su circa l’80 per cento delle 576 specie di farfalle che vivono in Europa.

Per tutti questi motivi, a maggio 2020, dopo mesi di consultazione pubblica, la Commissione europea ha lanciato la nuova Strategia sulla biodiversità per il 2030, allo scopo di invertire la rotta e rafforzare la rete delle aree protette, istituire un piano di ripristino e garantire che gli ecosistemi siano sani e resistenti ai cambiamenti climatici. Fanno parte della strategia le cosiddette soluzioni basate sulla natura (“nature-based solutions”), che non solo hanno un grande potenziale per contrastare i cambiamenti climatici, ma possono generare anche vantaggi sociali ed economici.

Alcuni esempi pratici di queste soluzioni sono il ripristino dei corridoi ecologici, che mettono in comunicazione le varie aree naturali oggi sempre più frammentate. Inoltre, con la rimessa in opera dei flussi idrici dei corsi d’acqua, nei prossimi anni saranno ristabiliti almeno 25.000 chilometri di fiumi rimuovendone le barriere, costruendo passaggi per la migrazione dei pesci e rimettendo in sesto il flusso dei sedimenti. Ma la strategia sulla biodiversità invita anche i cittadini a sviluppare piani per il verde urbano che colleghino parchi, giardini, prati e tetti verdi, creando oasi cittadine capaci sia di ridurre le isole di calore, sia di richiamare la natura in città.

È ormai ampiamente riconosciuto il ruolo socioeconomico della biodiversità. Si tratta del cosiddetto capitale naturale, cioè il valore in termini fisici, monetari e di benessere offerto agli esseri umani. Solo attraverso un sistema socioeconomico capace di dare il giusto valore alla natura sarà possibile fermare il declino degli ecosistemi, che a sua volta garantirà un benessere condiviso alla società umana.

Rudi Bressa Giornalista ambientale e scientifico, collabora con varie testate nazionali e internazionali occupandosi di cambiamenti climatici, transizione energetica, economia circolare e conservazione della natura. È membro di Swim (Science writers in Italy) e fa parte del board del Clew Journalism Network. I suoi lavori sono stati supportati dal Journalism Fund e dalI’IJ4EU (Investigative Journalism for Europe).

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